Punti di Vista | Arch. Silvia Nanni

Il mondo della cultura scenda per strada per difendere il patrimonio edilizio italiano

Su impresedilinews.it continua il dibattito dei professionisti sui temi del recupero degli spazi urbani. Per l’arch. Silvia Nanni è «nella piccola scala, quella delle scelte di dettaglio, che si realizza la vera qualità e la duratura riqualificazione».
Arch. Silvia Nanni
Arch. Silvia Nanni

L’obsolescenza del patrimonio edilizio italiano rappresenta la vera cifra dell’arretratezza economica e culturale del nostro Paese e probabilmente il vero volto della crisi che stiamo attraversando. L’Italia, attraverso l’inerzia delle sue forze politiche, ma anche per una sostanziale assenza quando non un altero disinteresse del mondo della cultura, dell’università e delle professioni, negli anni non ha saputo conservare, innovare e rinnovare quello che è il suo patrimonio più prezioso: il paesaggio, gli spazi urbani, gli spazi di vita dei propri cittadini. Un patrimonio edilizio per lo più costituito da edifici realizzati nel periodo del boom economico, con tecniche e materiali di scarsa qualità, estremamente energivoro e inadeguato agli attuali stili di vita, cresciuto al di fuori di un vero disegno del territorio, che non sa essere né paesaggio né città.
Un’inarrestabile processo di degrado, un processo che solo apparentemente risulta l’inevitabile conseguenza dell’attuale congiuntura economica e che l’attuale congiuntura economica pare giustificare come realtà ineluttabile, in «un’ideologia del presente, una definizione dell’avvenire avvenuto che, a sua volta, paralizza il pensiero di futuro»¹.

Gli incentivi fiscali per gli interventi di ristrutturazione e risparmio energetico hanno avuto ad oggi, in questa prospettiva, una ricaduta dagli effetti trascurabili, non avendo interessato che una piccola percentuale del patrimonio edilizio e, soprattutto, essendo andati ad agevolare interventi edilizi spesso privi di caratteri di innovazione, riproponendo logiche e modalità di intervento obsolete.
È ben nota la riluttanza della stragrande maggioranza degli operatori (spesso imprese edili di piccola o piccolissima dimensione) ad accettare l’utilizzo di nuove tecnologie o ad apprezzare nuove strategie di intervento e innovative soluzioni progettuali. Un’inerzia che contribuisce pesantemente a fermare il processo di effettiva ed efficace riqualificazione, fermando il tempo agli anni ’70 del secolo scorso. Un default sostanziale del mondo della cultura e delle professioni, prima che economico o congiunturale. Ma la storia insegna che le più grandi innovazioni sono avvenute a dispetto di una realtà che appariva non modificabile e che l’immateriale (le idee) è stato la chiave di volta di ogni cambiamento.

La «teoria delle finestre rotte». Due criminologi, Q. Wilson e G. Kelling, sostengono che la criminalità è l’inevitabile risultato del disordine: se una finestra è rotta e non viene riparata, chi vi passa davanti concluderà che nessuno se ne preoccupa e che nessuno ha la responsabilità di provvedere. Ben presto ne verranno rotte molte altre e la sensazione di anarchia si diffonderà da quell’edificio alla via su cui si affaccia, dando il segnale che tutto è possibile².
Applicando la «teoria delle finestre rotte» a New York, negli anni ‘80, è stata sconfitta la dilagante criminalità; applicando la «teoria delle finestre rotte» nella realtà delle periferie italiane potremmo efficacemente riqualificarle, architettonicamente e socialmente, due aspetti intrinsecamente uniti.
È convinzione radicata di affidare il recupero degli spazi urbani alla realizzazione di interventi a grande scala; ma è nella piccola scala, quella delle scelte di dettaglio, della dimensione del pedone, dello spazio minuto che si realizza la vera qualità e la duratura riqualificazione; nella cura del particolare, nell’accurata scelta dei materiali, nella misura delle scelte progettuali, nelle buone pratiche realizzative, nella progettazione della durevolezza, quest’ultima non disgiunta dalla sostenibilità. Quindi non grandi opere ma recupero puntuale di ogni singola stanza o spazio aperto, attraverso interventi di cura del costruito come del paesaggio, interventi innovativi nella loro capacità di conservare o restituire un legame con chi questi spazi li abita o li abiterà e con la storia.

«Il contrario dell’arte non è la bruttezza, ma l’indifferenza»³. In questo processo occorre (lo credo fermamente) rispondere alla necessità di senso e della riscoperta del senso del bello: siamo ormai assuefatti alla sciatteria, ad essere circondati da oggetti e spazi di scarsa qualità e breve durata, avari nel non concederci il tempo di affezionarci a loro; è vero per gli oggetti ma è ancor più vero (e umanamente spaesante) per gli spazi in cui viviamo ogni giorno. Spazi privi di cura, inespressivi quando non brutali nella loro bruttezza.
Parlare di «senso del bello» è stato per molti anni un argomento tabù, un teorema da accademici, da formalisti che superficialmente non sanno affrontare più concreti e reali bisogni, focalizzandosi unicamente sui requisiti funzionali che edifici e città debbono garantire alla cittadinanza. Oggi costatiamo che la funzionalità di uno spazio è un pre-requisito che non assolve, non risponde a quella che è la necessità più reale, anche se immateriale: la necessità di creare senso, senso di appartenenza e di identità.
Il riscatto quindi potrà avere luogo solo a partire da quel discorso interrotto con la storia, con quel processo virtuoso per il quale costruire non rappresenta opera di sottrazione di risorse al territorio ma opera di arricchimento, di innovazione e di consolidamento attraverso un continuo rinnovarsi ed integrarsi dei tanti saperi e delle molteplici sensibilità; un fecondo processo di riattualizzazione del volto dell’ambiente costruito.

Il «mostro» più energivoro: la burocrazia. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un crescente proliferare di leggi e leggine, regolamenti, ecc., emanati dai sempre più numerosi «legislatori»; spesso scritti non correttamente o ambiguamente (fonte quindi di miriadi di contenziosi inutili, dannosi, costosi ed invalidanti ogni tentativo di ripresa) ma soprattutto tutti o quasi a carattere impositivo. Credo che una norma, per essere efficace, debba produrre prioritariamente cultura, essere quindi propositiva; diversamente produrrà molta burocrazia e pochi avvilenti risultati. Occorre che una norma veicoli innanzitutto cultura, perché nessuna norma potrà sostituirsi, nel momento del «fare», alle coscienze dei singoli attori.
Se quindi ci potrà essere una via d’uscita, la troveremo nella capacità di visione, nella capacità di fare cultura del costruire, in un rinnovato impegno del mondo della ricerca, una ricerca che riscopra il valore del confronto con la realtà e scenda «per strada», si impolveri nei cantieri e si addentri nei lunghi corridoi della burocrazia. Niente di eclatante, in effetti, tranne la serietà di un impegno costruito sulla conoscenza, sui tanti saperi, sulla capacità di misura, sulla sensibilità e sul coraggio della rinuncia a soluzioni straordinarie ed autorappresentative e, infine, sull’insopprimibile ed universale necessità di poesia.

Silvia Nanni, Architetto  | archsilviananni@gmail.com

Note:
¹ Marc Augé, «Futuro», Bollati Boringhieri, 2012
² Malcom Gladwell, «Il punto critico – I grandi effetti dei piccoli cambiamenti», Bur, 2000.
³ Elie Wiesel, cit. in «Paesaggio: l’anima dei luoghi», a cura di Luisa Bonesio e Luca Micotti, Edizioni Diabasis, 2008

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