Riconversioni

Interventi su biacca alterata

L’uso della biacca sui dipinti murali, è stata oggetto di studio nel cantiere di restauro di villa Cattaneo Imperiale di Terralba a Genova.

Il dipinto con il «Ratto delle Sabine» di Luca Cambiaso e risalente alla metà del XVI secolo, è stato eseguito con una tecnica raffinata, accurata e piuttosto complessa.

Una delle particolarità è stata quella di utilizzare la biacca per alcune lumeggiature su corpi e vesti di diversi personaggi. L’uso è avvenuto in tre modi differenti:
– la biacca è presente come pigmento bianco accanto e in mescolanza con il bianco di calce o San Giovanni applicato con la tecnica dell’affresco e/o a calce; non facilmente identificabile a occhio nudo rispetto al bianco San Giovanni, è visibile, invece, sotto forma di aloni scuri se alterata;
– la biacca è stata applicata a pennello con legante a tempera al termine della stesura pittorica «a fresco»; questa tecnica è abbastanza consueta;
– la biacca compare solo come lumeggiature, ottenute con tratti a pastelli; questa tecnica veniva normalmente usata per disegni su carta ma è poco conosciuta nelle tecniche esecutive della pittura murale antecedente il XIX secolo.

Stato del degrado
Fin dai primi sopralluoghi era stata notata la presenza di macchie di colore scuro presenti in numerose zone del dipinto; alterazioni, della medesima forma ed estensione, peraltro, già documentate in foto dell’inizio del Novecento, ma identificate con sicurezza solo in occasione dell’intervento di restauro qui esposto. Recenti studi dimostrano la differenza esistente tra l’alterazione in biossido di piombo che avviene sui dipinti murali con la caratteristica colorazione marrone rispetto a quella che può avvenire su un dipinto su tavola, cioè la trasformazione in solfuro di piombo dal colore grigio nero. Per una più precisa comprensione delle cause di degrado sono state eseguite diverse indagini di laoratorio. 

Analisi effettuate
Sono state eseguite su alcuni campioni significativi le analisi di
Fluorescenza uv. Non è stata determinante nel riconoscimento del carbonato basico di piombo.
Spettrometro a ir. Ha rivelato la presenza di sali metallici, frutto probabilmente dell’alterazione del piombo.
Sezioni stratigrafiche. Al fine di osservare la struttura del colore al microscopio in luce riflessa.
Analisi Sem. Solo con il prelievo di un micro frammento in una zona emblematica (un panneggio dove il colore bianco utilizzato per le lumeggiature era stato applicato come a pastello) ed esaminato con il Sem (microscopio a scansione elettronica equipaggiato con microsonda a raggi x utilizzando ingrandimenti 341 x), si sono ottenute immagini con i relativi tracciati analitici degli elementi chimici, che hanno permesso di riconoscere con certezza la presenza della biacca e dei suoi prodotti di alterazione.
Risultati. Con l’analisi Sem si è arrivati al riconoscimento della biacca o bianco di piombo alterata presente sui dipinti in questione. Dalle analisi inoltre si è potuto accertare come il processo di ossidazione della biacca sia avvenuto in un ambiente con una alta percentuale di umidità e di cloruri presenti nei componenti dell’intonaco, probabilmente contenuti già nei materiali costitutivi come il cloruro di magnesio (la sabbia, infatti di norma era sabbia marina e il magnesio può essere derivato dalla pietra cotta per produrre la calce) o come risultante del degrado ambientale per i cloruri di potassio e di calcio. 

Biacca sulle pareti del salone «Apollo in Parnaso»
Anche nell’adiacente salone detto di «Apollo in Parnaso», alcuni dipinti di autore anonimo che decoravano la fascia sottostante il cornicione in stucco, presentavano una strana immagine a monocromo scuro. La tecnica esecutiva è a tempera. A seguito delle indagini sul dipinto del Cambiaso è sorto il dubbio che si potesse trattare di pitture contenenti nell’impasto dei colori una grande quantità di bianco di piombo. Sono state effettuate quindi analisi con test microchimici facendo reagire un campione di colore con acido nitrico diluito e ioduro di potassio che ha portato alla formazione di ioduro di piombo giallo; con tale reazione è stata confermata la presenza del piombo nel campione e la tesi che, anche in questo caso, si poteva parlare di alterazione della biacca come sul dipinto del Cambiaso. 

Procedimento di riconversione della biacca
Il procedimento chimico della riconversione si può riassumere così:
– la trasformazione del biossido di piombo in biacca comporta un problema di riduzione chimica, occorre cioè individuare un’appropriata sostanza riducente compatibile con i componenti del dipinto murale;
– questa sostanza è stata individuata nell’acqua ossigenata di cui si utilizza la sua capacità meno nota di agente riducente in presenza di un ossidante più forte, in questo caso il biossido di piombo;
– per agire in questo contesto, l’acqua ossigenata ha bisogno di un ambiente leggermente acido per dare la possibilità di un intervallo di pH non dannoso per il dipinto: fu scelto a suo tempo l’acido acetico. A seguito di processi naturali l’acetato di piombo, primo prodotto di reazione, si trasforma prima in acetato basico (per idrosili) e poi in carbonato basico (per carbonatazione) ossia nuovamente in bianco di piombo.

Applicazione della riconversione sul soffitto del Cambiaso 
Dopo la messa a punto del metodo, il procedimento di riconversione è stato applicato con successo ai dipinti sul soffitto del Cambiaso secondo la seguente procedura:
stesura a pennello sopra una velina giapponese di grammatura compresa fra 16 e 30, di una soluzione di ammonio bicarbonato al 3-10 %;
applicazione diretta di impacchi per la riconversione (avendo come supportante Arbocel W 40 e Cmc diluiti in acqua deionizzata) di Cmc polvere 3,0%, cellulosa in polvere (Arbocel W 40) 6,3%, acido acetico glaciale 3,3%, acqua ossigenata 6,6%, acqua distillata 80,8 %. La soluzione usata per questo intervento è considerata la variante «debole», poiché la biacca è presente in uno spessore «esiguo» e la sua riconversione risulta più facile a ottenersi;
trattamento con una soluzione di ammonio bicarbonato e/o carbonato al 3-10 % stesa a pennello a riconversione totale o parziale avvenuta;
tamponamento successivo della superficie con una spugna naturale leggermente bagnata in acqua deionizzata e rimozione dei residui degli impacchi;
ritocchi mirati a pennello con una soluzione più diluita, tamponando sempre successivamente con una soluzione di ammonio bicarbonato, quando la parte trattata è quasi asciutta e dopo aver verificato il risultato. 

Applicazione della riconversione sul soffitto della sala «Apollo in Parnaso»
In questo caso sono stati effettuati preventivamente alcuni test di riconversione con lo scopo di recuperare la gamma chiaroscurale cromatica dei dipinti. Anche in questo caso la reazione ha avuto successo, ma in questa sala, lo stato di estremo degrado dei dipinti, applicati interamente a tempera su intonaco asciutto, ha fatto si che la porzione di dipinto, a seguito della riconversione, si trasformasse in un monocromo giallo poco distinguibile dal colore bianco di fondo. È stato scelto così di delimitare una zona in cui effettuare una riconversione dimostrativa e di non procedere oltre per non rischiare di perdere la leggibilità di tutta la fascia decorativa. Sul dipinto sono state quindi eseguite la pulitura dagli scialbi, il consolidamento e la stuccatura delle numerose picchettature presenti. Il restauro pittorico così eseguito ci consente ora la lettura di questo frammento, per quanto in negativo, nella sua finezza decorativa. 

Riflessioni a margine dell’esperienza
Due considerazioni possono essere fatte a conclusione di questo intervento: la prima di ordine tecnico, la seconda a carattere teorico. Dal punto di vista tecnico un elemento a favore del procedimento è che sia il reattivo che i suoi prodotti di reazione sono sostanze volatili e quindi non costituiscono un pericolo di inquinamento per il dipinto. Naturalmente si sconsiglia l’uso dell’ammonio bicarbonato in presenza di cloruri a base di rame. Dal punto di vista teorico, la riconversione di un’alterazione, anche se di notevole impatto in quanto toni chiari diventano scuri, può essere discutibile. Secondo alcuni studiosi, infatti, l’alterazione (n.b. alterazione e non degrado, come indicato nelle Raccomandazioni Normal) deve essere accettata come una irreversibile conseguenza dell’invecchiamento del dipinto e come tale non deve essere fatto alcun intervento di riconversione; secondo altri, deve essere valutata da caso a caso, l’eventuale compromissione del dipinto e, nel caso, agire di conseguenza. Nell’esempio qui riportato ci si è allineati a questo secondo modo di agire. La differenza che si è tenuta nel restauro dei due dipinti (quello del Cambiaso e quello dell’anonimo nella sala «Apollo in Parnaso») è dovuta alla valutazione dell’esito finale che si sarebbe avuto se si fosse operata la riconversione completa della biacca alterata: nel caso del Cambiaso la riconversione avrebbe permesso di cogliere al meglio uno dei tratti particolari di questo pittore che con le lumeggiature otteneva particolari effetti (effetti che venivano del tutto annullati dallo scurimento della biacca) e di conseguenza la riconversione è stata effettuata, mentre nel caso della sala «Apollo in Parnaso» si è valutato, invece, che proprio l’intervento di riconversione avrebbe annullato completamente la visione dell’intera partitura dipinta e dunque si è deciso che a fronte di questo sarebbe comunque stato preferibile una visione quale quella «al negativo» che si aveva all’epoca del cantiere di restauro e dunque si è presa la decisione di non intervenire sulla decorazione. 

Per saperne di più
M. Matteini, «Ossidazione della biacca in pitture murali. Metodi proposti per la riconversione del pigmento ossidato nelle pitture di A. Baldovinetti nella chiesa di S. Miniato a Firenze» in Atti del convegno sul restauro delle Opere d’Arte, Florence, 2-6 novembre 1976, pp.257-269.
O. Doria, «Gli affreschi di villa imperiale di Terralba a Genova. L’uso della biacca, suoi processi di deterioramento e applicazione delle metodologie di riconversione», in Atti del convegno scienza e Beni culturali, Bressanone 2005, pp. 1233-1240.

Glossario

Biacca La biacca o bianco di piombo è un carbonato basico di piombo che si trova in natura come minerale cerussite ma è da sempre stata ricavata artificialmente dal piombo. Il metodo di preparazione consisteva anticamente nell’esposizione per circa un mese di lastre di piombo entro recipienti in terracotta, ai vapori di aceto; i recipienti erano a loro volta immersi nel letame. Dal processo di fermentazione si veniva a formare sulla superficie delle lastre una crosta bianca, che dopo essere stata asportata e purificata dai sali, veniva macinata. Un altro sistema più recente, detto processo Dutch, prevede che frammenti di piombo siano messi in recipienti di terracotta immersi in acido acetico e avvolti in pezzi di corteccia ricca di tannini dove ha luogo una reazione di fermentazione della corteccia con l’acido acetico, il processo dura circa novanta giorni. Il colore ottenuto da questi processi ha un alto indice di rifrazione e quindi un buon potere coprente. La lavorazione del pigmento era molto pericolosa, trattandosi di una sostanza velenosa che si accumula nell’organismo e provoca intossicazioni spesso mortali. Calcinato diventa prima giallo (massicot-litargirio), poi rosso (minio). In pittura è stato usato dall’antichità fino al XIX secolo sia in Oriente che in Occidente, viene citato negli antichi ricettari, dal Cennini e dal Vasari. Nella pittura murale veniva sconsigliato per la facilità alla decomposizione e all’annerimento, fenomeno che avviene sotto l’azione combinata di luce, umidità e di microorganismi.

Chi ha fatto Cosa
Progettazione, coordinamento e direzione lavori di restauro parti decorate R. Pizzone (Sbapl)
Responsabile del procedimento G. Bozzo (Sbapl)
Assistenza alla direzione lavori P.Parodi, S.Vassallo, O.Doria, M.Cogorno, E.Vatteroni (Sbapl)
Restauratori della Soprintendenza Orietta Doria, Paola Parodi, Stefano Vassallo (Sbapl)
Consulenza specialistica prof. M. Matteini (Icvbc- Cnr Firenze), S. Giovannoni, restauratore presso l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze
Alta sorveglianza Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici della Liguria (Sbapl)

Autori
Daniela Pittaluga Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio, Università di Genova

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