Edilizia Storica | Palazzo Barbieri Piovene Cicogna, Contrà San Marco, Vicenza

Restauro conservativo dei prospetti e consolidamento della copertura

L’intervento ha riguardato il recupero delle facciate e della copertura del palazzo denominato Barbieri-Piovene-Cicogna, sito in Vicenza e risalente alla fine del XVII secolo, particolarissimo esempio di architettura barocca civile della città. L’avanzato degrado delle finiture e delle carpenterie lignee della copertura ha reso necessario un intervento urgente di messa in sicurezza del fabbricato, provvedendo nel contempo a recuperarne il pregevole apparato decorativo a intonaco, e a porre le basi per un futuro riutilizzo del piano sottotetto. Nel corso dei lavori è stato quindi effettuato il consolidamento delle strutture di copertura staticamente compromesse e si è provveduto al completo restauro conservativo delle finiture originarie delle facciate, compresi gli elementi in pietra delle decorazioni e della statuaria.

Desideroso di rimarcare il crescente prestigio sociale familiare, anche al fine di ottenere un titolo nobiliare, nel 1675 Giovanni Domenico Barbieri, maggior esponente della casata De Barberiis, acquistò dalla potente famiglia Capra una casa in Vicenza, nella contrà di Pusterla, in un quartiere all’epoca ancora poco sviluppato, e dove quasi non si ergevano palazzi nobiliari.

Il Barbieri si propose quindi di riedificare il caseggiato con criteri di notevole prestigio e si affidò in prima istanza all’architetto Giacomo Borella, che il 16 maggio 1676 consegnò al suo committente un progetto che non ci è pervenuto, ma doveva costituire un risultato troppo modesto rispetto alle aspettative, dal momento che, liquidato il Borella, la committenza preferì rivolgersi ad altri professionisti veneziani: fu l’architetto Alessandro Tremignon a riprendere in mano il progetto e a portare a termine, nel 1680, il cantiere del palazzo. L’edificio ha visto, nel tempo, solamente tre passaggi di proprietà: dai Barbieri alla famiglia Vajenti, ai conti Piovene e, dal 1980, ai conti Cicogna.

La facciata principale del palazzo, prima dell’intervento.

La facciata su strada

L’impianto del palazzo è rimasto sostanzialmente invariato fino ai giorni nostri, se si eccettuano alcuni interventi interni di adeguamento alle mutevoli esigenze abitative.

La facciata su strada recupera, dal punto di vista stilistico, molti elementi architettonici del repertorio cinquecentesco vicentino, tra cui i finestroni del piano nobile, inquadrati in edicole con frontoncini triangolari, il portale fiancheggiato da semicolonne e i mensoloni che reggono i davanzali delle finestre al piano terra e il balcone centrale.

Anche le specchiature rettangolari a marmorino che movimentano le superfici della facciata trovano riscontro in altri edifici vicentini del secolo precedente, mentre tipicamente secenteschi sono i pilastrini delle balaustre.

Sul cornicione, interrotto da maschere in pietra con funzione di doccione, poggiano cinque grandi sculture a tema mitologico (dovute probabilmente alla bottega di Giovanni Calvi), intervallate da due pinnacoli.

A caratterizzare la facciata è la sontuosa bifora centrale del piano nobile, sormontata da un frontone ad arco interrotto dallo stemma nobiliare della famiglia Vajenti: questo enorme stemma in pietra, rovinato a terra alcuni decenni fa e poi sistemato nell’androne, è stato restaurato e ricollocato in facciata proprio in occasione del cantiere di restauro, grazie a un articolato intervento di consolidamento e ricomposizione che ha richiesto alle imprese affidatarie un ammirevole impegno tecnico.

Il sottotetto a intervento ultimato.

Nel complesso, la facciata del palazzo costituisce un caso pressoché unico nell’architettura vicentina del Seicento, nonostante presenti alcune ambiguità di stile, dovute forse anche alla sovrapposizione degli interventi di progettisti così diversi per orientamento culturale e capacità tecniche.

Il prospetto verso il cortile e gli ambienti del piano nobile

Il prospetto verso il cortile replica, in tono minore l’importazione generale della facciata principale, pur essendo contraddistinto al piano terra dal diaframma del colonnato che delimita il largo androne.

All’interno, si distinguono per ricchezza e quantità di apparati decorativi gli ambienti del piano nobile: un salone e quattro sale minori. I documenti dell’epoca permettono di attribuire alla bottega di Orazio Marinali la paternità degli apparati scultorei delle sale, dagli ornati dei portali alle decorazioni dei camini, mentre le decorazioni a fresco sarebbero opera del pittore Pietro Fui. Emergono le quattro porte monumentali del salone, dove gli stipiti in pietra sono incorniciati da semicolonne ioniche intarsiate di marmo rosso con trabeazione e statue.

La copertura

Le strutture lignee di copertura del palazzo sono costituite principalmente da un sistema di travature primarie orizzontali che sostengono gli arcarecci in pendenza con la linea di falda. Diversa la situazione sopra al salone, dove le travature sono poste nel senso della pendenza, e costituiscono delle capriate zoppe di ragguardevoli proporzioni (la catena misura circa 10 metri). Nel corso della sua storia, il palazzo non era mai stato oggetto d’interventi di restauro, al punto da presentare diverse problematiche di conservazione, giunte ormai al punto critico.

Gli intonaci

Tutti i rivestimenti esterni a marmorino (costituiti da un rinzaffo in cocciopesto e da un arriccio molto sottile, a marmorino vero e proprio, molto liscio e di colore bianco avorio) si presentavano in pessimo stato conservativo soprattutto per ciò che concerneva il prospetto principale su strada, dove ai danni del tempo si era aggiunta l’azione di erosione e degrado dovuta allo smog. Erano inoltre presenti numerosi distacchi, mancanze e rappezzi cementizi di varia epoca.

Fasi della pulitura degli elementi lapidei con impacchi.

In alcune zone si notava la presenza di pitture di colore ocra sovrammesse agli intonaci originari, di epoca imprecisata, e oramai dilavate.

Particolarmente degradate erano le specchiature a pannelli in rilievo, realizzate non con l’aggetto di mattoni dalla muratura, bensì mediante l’utilizzo di mattoni disposti di piatto e ancorati alla muratura a mezzo di malta di calce e chiodi in ferro battuto.

Una soluzione decisamente inconsueta, e determinata, come si è poi constatato in fase di cantiere, dalla necessità di arricchire con tali decorazioni il paramento murario dei preesistenti edifici tardomedievali, costituito a sua volta da un’interessante tessitura a corsi alternati di mattoni rossi e gialli, destinata evidentemente, in origine, a rimanere a vista. 

Questo espediente tecnico portava tuttavia con sé un’intrinseca fragilità, in quanto con il passare del tempo l’ossidazione dei chiodi in ferro aveva causato il loro aumento di volume, e quindi la spaccatura e la fessurazione dei mattoni entro i quali erano infissi, contribuendo ad aggravare il distacco e la caduta degli intonaci.

Pulitura degli elementi lapidei.

L’intervento sulle superfici a intonaco è iniziato in primo luogo con la rimozione di tutti i rappezzi cementizi che nel corso del tempo erano stati realizzati in varie zone della facciata: si è trattato di una demolizione controllata e svolta manualmente punto per punto, in modo da evitare danneggiamenti ed eccessive vibrazioni alle circostanti aree d’intonaco originale.

Si è quindi provveduto alla rimozione delle colonie di microorganismi (muschi e licheni) presenti nelle zone più soggette al ristagno di acqua meteorica, mediante l’applicazione di prodotto biocida e successiva rimozione degli infestanti mediante spazzole, spatole e lavaggi.

Specchiatura a rilievo che conserva i tracciamenti a carboncino realizzati durante il cantiere seicentesco.

Si è quindi passati alla fase di pulitura di tutte le superfici con acqua nebulizzata, per rimuovere le incrostazioni (con l’accortezza di non effettuare una pulitura troppo «spinta» del paramento murario, al fine di preservarne in parte la patina): un metodo efficace laddove i sedimenti carboniosi e lo sporco siano per lo più depositati o comunque poco aderenti alle superfici, e se il legante che cementa le croste è solubile in acqua. In realtà, in molte zone le sostanze da rimuovere si sono rivelate particolarmente tenaci, ed è stato necessario completare il ciclo di pulitura con carbonato d’ammonio.

Specchiatura a rilievo che conserva i tracciamenti a carboncino realizzati durante il cantiere seicentesco.

Il carbonato d’ammonio in soluzione acquosa è infatti uno dei solventi di più largo impiego nella pulitura dei materiali lapidei di natura calcarea, in quanto esercita un’efficace azione desolfatante e consolidante ed è un solvente reattivo, cioè capace di portare in soluzione la sostanza da rimuovere, per effetto di una reazione chimica.

La sua azione, infatti, consiste nell’ammorbidire e rigonfiare la sostanza da eliminare, in modo tale da differenziarla e staccarla dal supporto cui è ancorata, limitando così il ricorso a tecniche di asportazione meccanica, generalmente più invasive e rischiose per i manufatti.

Sottotetto | In primo piano una struttura metallica realizzata in passato per il sostegno del solaio di calpestio del piano inferiore.

Per il reintegro degli intonaci, dove si presentavano lacunosi o irrimediabilmente distaccati, si è proceduto all’esecuzione di un marmorino analogo, per colore, spessore (numero di strati), composizione, traspirabilità e finitura superficiale, a quello originario, affinché fosse compatibile con il supporto anche riguardo ai coefficienti di dilatazione termica e di resistenza meccanica, così da poter garantire lo stesso comportamento alle diverse sollecitazioni (pioggia battente, vapore, umidità).

Una particolare cura è stata riservata al ripristino delle specchiature, per le quali si è voluto usare lo stesso metodo seicentesco, e realizzare quindi gli spessoramenti con tavelline in cotto, ma fissandole con malta di calce e viti da muro in luogo delle semplici chiodature.

Riallineamento degli elementi del cornicione.

Durante questa fase si sono rinvenute le tracce del cantiere seicentesco, in quanto erano ancora perfettamente visibili i contorni, tracciati a carboncino sulla muratura, delle varie decorazioni a intonaco.

Anche i materiali lapidei che riquadrano e incorniciano tutti gli elementi architettonici della facciata del palazzo (per uno sviluppo in superficie di circa 200 mq) versavano in pessime condizioni, sia per le caratteristiche del materiale, un calcare giallo in pietra tenera, cavato nei Colli Berici), sia per il diffondersi di varie patologie di degrado, presenza di depositi coerenti e incoerenti, fessurazioni e microfratture, scagliatura e frammentazione della pietra, presenza di agenti biodeteriogeni, presenza di croste nere, in questo caso particolarmente aggressive e deturpanti, al punto da aver reso irriconoscibile quasi ovunque in colore originario della pietra.

Travature lignee della copertura in avanzato stato di degrado agli appoggi.

I materiali lapidei

Tutti gli elementi lapidei particolarmente esfoliati, erosi o disgregati sono stati pre-consolidati mediante impregnazione per mezzo di pennelli, siringhe, pipette, a base di resina acrilica in soluzione.

L’intervento così predisposto ha evitato la caduta in corso d’opera di ulteriore materiale, consentendo le successive fasi di stuccatura delle micro-fessurazioni e delle lacune, realizzata con malta di calce «tipo Lafarge», confezionata in cantiere, e addizionata con pietra triturata a mano, in modo da avere una granulometria simile a quella del materiale originale.

Per le stuccature è stata utilizzata polvere dello stesso tipo di pietra, in modo da ottenere un impasto simile per colore e luminosità. Si è infine proceduto alla rimozione delle incrostazioni più tenaci mediante impacchi a base di pasta di cellulosa e carbonato d’ammonio, ricoperti da un telo di polietilene per consentire ripetuti inumidimenti dello strato: questo accorgimento permette di mantenere l’impasto umido per tempi più lunghi e, rallentando la velocità di evaporazione, favorire il rammollimento e la solubilizzazione dei depositi.

Preparazione per la ricollocazione dello stemma in pietra della bifora centrale.

Il procedimento è stato replicato anche più volte, in corrispondenza degli elementi che presentavano le incrostazioni più adese, quali per esempio i balaustrini dei balconi, richiedendo più tempo di quanto inizialmente previsto, ma con risultati finali del tutto positivi.

Particolarmente laborioso si è rivelato l’intervento di restauro delle statue di divinità classiche poste sul cornicione superiore, una delle quali, per un indebolimento strutturale, anni addietro si era spezzata alla base del busto, che era finito in pezzi sul marciapiede: essendo sempre stati, con lungimiranza, conservati i frammenti, si è potuto ricomporli e, con opportuni consolidamenti eseguiti mediante l’inserimento di barre in acciaio inox e resina, ricompletare la figura, che è stata adeguatamente fissata alla copertura con un sostegno metallico.

Capriate lignee della copertura staticamente compromesse per fratture e degrado agli appoggi.

La caduta di questa statua aveva anche dissestato il cornicione sottostante, all’epoca messo semplicemente in sicurezza mediante alcune staffe a L infisse nel muro: anche in questo caso si è preferito ripristinare la continuità della cornice, eliminando i vecchi e antiestetici presidi metallici e riallineando gli elementi, che sono stati fissati tra loro e alla muratura con barre armate.

Particolarmente interessante si è rivelato l’espediente costruttivo di questi elementi del cornicione, che essendo larghi come tutto lo spessore della muratura e superiormente scavati «a vasca», fungevano da invisibile grondaia di smaltimento dell’acqua piovana, che defluiva attraverso le maschere zoomorfe scolpite verso la strada: tale ingegnoso sistema è stato naturalmente mantenuto, pur con l’aggiunta di un prudenziale strato di guaine impermeabilizzanti, e con la canalizzazione dell’acqua all’interno di due pluviali.

Posa del manto di copertura in tavelle: l’utilizzo di terzere scanalate ai bordi ha permesso di recuperare alcuni centimetri di spessore per compensare il successivo strato di coibentazione termica.

Restauro e consolidamento della copertura

Come accennato sopra, la copertura del palazzo è costituita da due diversi sistemi di orditure lignee: la falda est, rivolta verso la strada, può usufruire della presenza di due setti murari intermedi, che partono dal piano di campagna e formano le stanze ai vari livelli del fabbricato, fino al sottotetto. Ciò ha permesso ai costruttori di disporre un’orditura di travi di grande sezione (fino a 25×32 cm), parallele alla linea di colmo, con luci ampie (dai 6 ai 7 metri, a seconda degli ambienti) e interassi variabili tra i 130 e i 170 cm.

Nonostante gli ambienti del sottotetto fossero sostanzialmente salubri e ben ventilati, queste travature avevano subìto un forte degrado in corrispondenza degli appoggi, in particolare di quelli posti lungo i margini del palazzo, dove maggiori erano state le infiltrazioni di acqua meteorica.

Le statue sommitali della facciata su strada dopo il restauro e il consolidamento dei tiranti di fissaggio alla copertura.

Ma anche altrove, le soluzioni di continuità del manto generate dalla fuoriuscita di comignoli, antenne o altre emergenze, avevano creato situazioni sfavorevoli alla conservazione delle travi.

In aggiunta a queste cause di degrado, per così dire, naturali, si aggiungeva l’opera dell’uomo: una struttura metallica era stata infatti realizzata, con tecniche e materiali di circostanza (putrelle, staffe, catene in ferro e puntelli in legno), intorno alla metà del secolo scorso, per rinforzare una trave del solaio del piano secondo, eccessivamente gravata da tramezzature erette nello stesso periodo.

La trave del solaio era stata, di fatto, appesa al tetto con quattro tiranti in ferro che attraversavano tutto il piano secondo e il terzo (sottotetto), finendo per gravare su una sola coppia di travi della copertura, che venivano quindi a essere soggette a un notevole sovraccarico. L’alleggerimento dai tramezzi ha permesso di eliminare questa incastellatura, che, essendo posta al centro della stanza centrale del sottotetto, ne impediva qualsiasi utilizzo.

Delle travature della falda est è stato possibile conservarne all’incirca la metà, essendo le rimanenti troppo compromesse per inflessione, marcescenza e attacchi xilofagi; per quelle rimaste in opera si sono comunque eseguiti alcuni interventi di consolidamento e di trattamento antiparassitario e fungicida.

Capochiave in acciaio per i tiranti del piano sottotetto.

Per quanto riguarda invece la falda ovest, di pari superficie, l’intervento ha riguardato principalmente la sostituzione di alcune capriate che, per interventi pregressi (e spesso ormai incomprensibili), si presentavano assolutamente compromesse e irrecuperabili: una di esse, per esempio, era stata tranciata da un lato a circa un metro dall’appoggio, e rimaneva in posizione solamente in quanto sostenuta dalle due capriate laterali, a cui era fissata con travetti perpendicolari e legature realizzate con bande in ferro battuto chiodate.

Lo stemma nobiliare della famiglia Vajenti durante la ricomposizione a terra.

Particolarmente onerosa è stata, per questa falda, la creazione di un idoneo impalcato di lavoro: non potendo infatti sovraccaricare il solaio del salone al piano nobile (sostenuto da travi di sezione ordinaria, ma aventi una luce di circa 14 metri), è stato anch’esso puntellato con filari di ponteggi all’interno dell’androne al piano terreno.

In occasione dell’intervento, inoltre, sono stati posti in opera al sottotetto anche alcuni tiranti in acciaio, posti in opera lungo l’asse nord-sud dell’edificio e senza soluzione di continuità dall’uno all’altro muro perimetrale, per migliorare il comportamento scatolare del fabbricato.

Posa in opera del manto di copertura.

Altana, la loggetta posta nella parte più elevata della copertura

Come quasi tutti gli edifici nobiliari di Vicenza, anche questo palazzo è dotato dell’altana, la loggetta posta nella parte più elevata della copertura. In questo caso era stata originariamente impostata sulla parte terminale di quattro murature portanti del palazzo: una di queste tuttavia era stata, come verificato da sondaggi eseguiti in corso d’opera, demolita negli anni Trenta del secolo scorso, per modificare e ampliare la conformazione delle scale interne.

Rinforzo della struttura dell’altana, eseguito con una coppia di profili Hea.

Alla conseguente soppressione di uno dei muri di sostegno, all’epoca dell’intervento si era ovviato con l’inserimento di una nuova trave in legno, che risultava però gravata da troppi carichi, il solaio dell’altana, il suo parapetto in muratura, una porzione della copertura del palazzo, il controsoffitto dello scalone e, in piccola parte, la copertura a padiglione dell’altana stessa.

Per alleggerire questa trave senza rimuoverla (il che avrebbe significato lo smontaggio di una porzione di falda, ma soprattutto della parte del controsoffitto che vi era ancorato), sono state posti in opera due profili Hea accoppiati, a breve distanza dall’estradosso della trave, e poggianti su murature che giungono fino a terra. Completato questo intervento, si è proceduto con la riposa del tavolato del solaio e con il restauro della copertura costituita da una coppia di piccole capriate in legno.

Arch. Gabriele Zorzetto | Progettista.

Gabriele Zorzetto e Angela Blandini | Progettisti e Direzione Lavori

«Il cantiere, che si è protratto dal giugno 2015 al marzo 2016, ha richiesto una particolare attenzione da parte dei progettisti, delle imprese e degli artigiani che, seppure tradizionalmente operanti nel mondo del recupero e del restauro, si sono trovati in più di un’occasione di fronte a scelte progettuali ed esecutive inedite. Il risultato dell’intervento, che si ritiene decisamente apprezzabile, ha permesso di restituire dignità e lustro a uno dei più interessanti esempi di architettura barocca della città, riqualificando, con esso, anche l’intero tratto della contrada di San Marco».

Arch.Angela Blandini | Progettista.

Chi ha fatto Cosa

Progetto e direzione lavori: Studio Vetera, arch. Angela Blandini e arch. Gabriele Zorzetto, Vicenza
Opere edili: Zambello Impresa Costruzioni srl, Vicenza
Opere di restauro: Arcart srl, Montecchio maggiore (Vi)
Opere in ferro: Zospa sas di E. Spagnolo & M. De Zorzi, Costabissara (Vi)
Opere in legno: Bracesco Mauro, Vicenza

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