Punti di Vista | Arch. Silvia Nanni

Aiutiamoli a casa loro

Nel suo Punto di Vista l’arch. Silvia Nanni esprime una riflessione sull’esperienza di progetto umanitario nei Paesi del Quarto Mondo effettuata con l'incarico della redazione di un progetto per un villaggio con strutture socio assistenziali nell'isola di Unguja, Zanzibar.
Silvia Nanni | Architetto.

«Aiutiamoli a casa loro»: uno slogan spesso utilizzato ma di cui è difficile immaginare la portata. Soprattutto divide il mondo in due parti: gli assistenti e gli assistiti. 

L’incarico della redazione di un progetto per un villaggio con strutture socio assistenziali nell’isola di Unguja, Zanzibar, è stata l’occasione per conoscere da vicino la realtà del cosiddetto «Quarto Mondo»; quello di cui si parla tanto ma che nella sua realtà più cruda rimane invisibile agli occhi di noi occidentali, anche se a separarci sono solo gli esiti steccati di uno dei tanti resort sorti nell’isola.
Separazione: un confine innanzitutto mentale superato il quale le differenze rispetto alla realtà occidentale tornano a essere risorse.

La realtà della popolazione

Zanzibar sotto alcuni aspetti è un paese ricchissimo. Benedetto da una natura rigogliosa e benevola, non a caso l’isola è stato oggetto di dominazioni dal XVI secolo: arabi, portoghesi, omaniti, infine il protettorato inglese. Il terreno fertile e il clima tropicale ma temperato dalle brezze marine consente la crescita spontanea di una grande varietà di alberi da frutto ma anche le coltivazioni, anche se quella delle spezie è l’unica condotta in modo organizzato. Il mare è pescosissimo e le maree lasciano sul litorale doni di ogni tipo.

Zanzibar sotto alcuni aspetti è un paese ricchissimo: il mare è pescosissimo e la popolazione è molto giovane.

La popolazione è molto giovane. I dati demografici sulla popolazione dell’Isola di Unguja indicano una percentuale di popolazione sotto i 15 anni pari al 65% del totale con un incremento demografico annuo del 3,3% (fonte:Revolutionary Government Of Zanzibar, Comprehensive Mult Year Plan – Zanzibar 2010-2014, July 2009).

Da un documento redatto dalle autorità locali si rileva che il Villaggio di Makunduchi, dove sorgerà il Centro, il 10% della popolazione è rappresentato da bambini sotto i 5 anni.
Un fattore che può rappresentare una grande risorsa per il futuro o, per contro, il collasso del già fragile del sistema socio-assistenziale.

Vi è inoltre una diffusa capacità artigianale, in parte lasciata in eredità dalla popolazione indiana insediata in modo stabile nell’isola dal  1860 fino al 1964 (anno della rivoluzione) con la loro tradizione d’intaglio del legno.

Un’altra attività diffusissima è la produzione di manufatti in cemento: dai mattoni ai componenti edilizi più svariati (elementi da recinzione, balaustre, pavimenti). Tutte le attività sono molto piccole, artigianali: qui l’industrializzazione non ha messo piede e i prodotti industriali sono esclusivamente d’importazione.

L’industria del turismo
in forte espansione non sembra avere ricadute positive sul benessere della popolazione; ha invece ricadute pesanti a livello ecologico. La maggior parte dei resort non ha depuratore e i rifiuti, in particolare le bottiglie di plastica, vengono abbandonati nei terreni incustoditi.

Eppure, e inspiegabilmente, una gran parte della popolazione è priva di risorse e vive in estrema povertà. Vi è poi un problema sociale legato alle condizioni di tanti bambini orfani, fenomeno endemico causato dalla forte diffusione dell’Hiv unitamente alle condizioni dei bambini disabili, spesso rifiutati dalle loro stesse comunità, altro fenomeno endemico causato dall’alta diffusione della sclerosi multipla. Sono inoltre numerose le patologie che affliggono l’infanzia, dovute essenzialmente a malnutrizione e mancanza d’igiene.

Medical Center del Villaggio di Makundichi, inaugurato nel 2013 e non in funzione.

La carenza di strutture sanitarie è grave, all’insaputa degli ignari turisti

La conformazione insediativa dei villaggi, come Makunduchi, è di tipo spontaneo, senza un vero e proprio disegno preordinato, fondata sul principio della prossimità: gli edifici, monofamiliari a un unico piano, sorgono gli uni accanto agli altri, né troppo vicini né troppo lontani. Gli spazi aperti come la viabilità interna, esclusivamente pedonale, sono in terra battuta come anche gli interni di alcune abitazioni.

Le case in terra con graticcio in legno sono state prevalentemente sostituite da edifici a un solo piano realizzati con blocchi di cemento e copertura in lamiera, nei quali il dis-confort abitativo nelle ore più calde è notevole. I villaggi sono privi di ogni infrastruttura: assente la rete acquedottistica e quella fognaria, molte case sono prive di energia elettrica.

Macchina per la produzione di mattoni/masselli in cemento.

Non risulta un vero e proprio legame con il patrimonio storico-culturale, non autoctono ma eredità dei vari colonizzatori. Gli edifici storici risultano così come conchiglie senza più il loro abitante originario, abbandonati o impropriamente restaurati e utilizzati. Non si riscontra neppure una vera tradizione architettonica autoctona, probabilmente soffocata dalle tradizioni riferite alle varie culture che hanno dominato sull’isola dal XVI secolo in poi.

Benvenuti a casa loro

In un contesto di assoluta povertà e di emergenza sanitaria tentare di riprodurre un modello insostenibile di benessere replicando errori e orrori (dai quali ancora oggi il mondo occidentale sembra non sapere uscire) appare più che un aiuto l’ennesima assurdità.

«Aiutarli a casa loro» diventa quindi una esperienza di decrescita in un luogo dove il consumismo risulta essere un miraggio promesso e mai raggiunto un contesto nel quale noi occidentali abbiamo molto da imparare; la figura dell’assistente e dell’assistito si mescolano, innescando un percorso di arricchimento reciproco.

La definizione di un metodo di lavoro

In un’ottica di valorizzazione delle risorse, opposta alla sottolineatura delle differenze come carenza rispetto alla realtà occidentale, le soluzioni progettuali non possono che trarre ispirazione dalle potenzialità, anche inespresse, delle realtà locali.

Una vera esperienza di decrescita che si traduce in pratica nell’utilizzo delle tecnologie e materiali reperibili in loco, anche se meno evolute, con l’introduzione di nuove tecnologie o materiali solo se strettamente necessario e previa verifica delle capacità o possibilità manutentive post-intervento. Questo fa si che il denaro occorrente per la realizzazione dell’intervento abbia una doppia ricaduta sul territorio: la prima ricaduta consiste nell’opera stessa, la seconda nel fatto che tale denaro sovvenziona imprese e mano d’opera locale.

La povertà di mezzi spesso suggerisce soluzioni semplicistiche: organizzazioni spaziali ispirate più che dall’essenzialità dalla banalità delle scatole prodotte in serie.
La povertà di mezzi ben si sposa invece con una ricchezza di soluzioni spaziali, dove la frugalità e la giusta misura sono il materiale da costruzione di un progetto di bellezza nella sostenibilità. Soluzioni ispirate all’essenzialità coniugata ad ottimi standard qualitativi, innovazione e know-how coniugati con le tradizioni e le risorse locali.

Stone Town, il Palazzo delle Meraviglie chiuso per crolli dell’ala sud.

Da un’analisi degli edifici storici si rileva un evoluto sistema di sfruttamento della ventilazione naturale, in particolare delle brezze marine, sempre molto tese, e della capacità di raffrescamento offerte dalla massa muraria, spesso notevole, e dalle ombreggiature.

La progettazione vuole fare tesoro delle tecniche di raffrescamento sviluppate sull’isola e frutto dell’esperienza costruttiva secolare individuando e riproponendo alcune soluzioni tecniche bioclimatiche. La povertà di mezzi si coniuga così con una ricchezza di valori: bellezza, solidarietà, empatia, sostenibilità: valori che ‘costano’ impegno, ideazione, creatività e conoscenza ma che non comportano in effetti un aumento di costi.

Primi schizzi di studio: inserimento ambientale.
Schizzi di studio: articolazione volumetrica.

A conclusione del percorso di ricerca progettuale ci si rende conto che il primo materiale di costruzione è il rispetto: rispetto per la persona umana, rispetto per le identità sociali, rispetto per l’ambiente. In un contesto in cui la persona è avvilita nel concreto dei suoi stessi bisogni primari e vive una quotidianità senza futuro, portare soluzioni di qualità è innanzitutto portare un messaggio di rispetto per la dignità umana, di valorizzazione della persona, di tutela e riproduzione delle risorse naturali, ispirando le nuove generazioni ad auto-costruire il proprio futuro.

Silvia Nanni, architetto