Punti di Vista | Bruno Gabbiani, presidente Ala-Assoarchitetti

Crisi delle professioni del progetto anche perché si è in troppi

Causa principale della crisi delle professioni del progetto in Italia è l'eccessivo numero di abilitati ad operare sulle trasformazioni del territorio.
Bruno Gabbiani, presidente Ala Assoarchitetti.

Circa 90.000 architetti esercitano la libera professione (su 150.000), 70.000 ingegneri civili (su 540.000), 90.000 geometri (su 300.000), oltre a un numero imprecisato di periti edili e agrari.

In complesso un progettista libero professionista ogni 100 abitanti e per ogni 34 abitanti attivi possibili committenti, senza contare coloro che redigono progetti dall’interno delle pubbliche amministrazioni e delle imprese di costruzione, che è altro problema che merita un apposito articolo.
Un numero spropositato, sufficiente per progettare le trasformazioni del territorio nell’intera Europa, se è vero che gli architetti cinesi sono in tutto 34.000 (uno ogni 40.000 abitanti), quelli americani 240.000 (uno ogni 1.300 abitanti) che quelli francesi, più o meno nella media europea, sono 30.000 (uno ogni 2.200 abitanti). E in tali paesi – questione nodale – ingegneri e geometri fanno solo il proprio mestiere e non progettano architetture.
Se tale crescita insensata è frutto della «fantasia al potere» del ’68, il disordinato sovrapporsi delle competenze è risultato del disinteresse della politica nel periodo successivo. Un disordine e soprannumero, che non lasciano agli architetti italiani alcun potere contrattuale e così impediscono loro d’incidere sulla qualità del progetto e delle trasformazioni del territorio, aldilà della validità della loro formazione scolastica e capacità professionale.
Intanto 35.000 studenti d’architettura sono parcheggiati nelle facoltà e si riverseranno nei prossimi cinque anni nel mondo del lavoro, per un probabile futuro di sottoccupazione e di conflitto generazionale.
Ovviamente le iscrizioni ad architettura e ingegneria civile quest’anno sono crollate, seguendo la crisi del settore. Eppure è noto che una causa della crisi strutturale italiana è la scarsità di laureati, che sono molto al di sotto della media europea e di ingegneri gestionali o delle specialità richieste dall’industria manifatturiera, in particolare. Infatti, nei prossimi anni la sanità italiana dovrà ricorrere a molti medici stranieri, che ovviamente proverranno dai paese emergenti, com’è già per i paramedici.
Ma come si spiega la rinuncia all’iscrizione a una facoltà che è stata tradizionalmente una buona fonte di guadagno e di prestigio per la borghesia e per il ceto emergente italiano? Con la durata del ciclo di studi più lunga di altri Paesi, con la sua onerosità, con la tardiva immissione nella sanità operativa: fattori proibitivi, che dissuadono le famiglie da un investimento così cospicuo. Un investimento soprattutto dall’esito incerto, poiché conseguita la laurea, raramente sarà il merito a guidare la selezione per l’immissione all’insegnamento universitario o all’impiego nelle strutture della sanità pubblica e privata.
E così giungiamo a uno dei mali più gravi, forse incurabile, del Paese, che è il sistema clientelare e del «familismo amorale”», che ne governa la vita sociale ed economica. Una piaga che assieme alla complessità burocratica, ha cacciato l’Italia in fondo alle classifiche internazionali dell’efficienza, della trasparenza e in definitiva di quella democrazia effettiva, che è fatta non soltanto di principi costituzionali, ma della possibilità, per tutte le categorie, di far emergere e progredire socialmente e economicamente i propri figli migliori.

Ma come uscire da questo vicolo cieco?

  1. In generale è necessario che le libere professioni, da oggi e per il futuro, siano riservate a coloro che sono provvisti di laurea cosiddetta «magistrale», a garanzia della qualità delle prestazioni e dell’autorevolezza del professionista, che non è quest’ultima un attributo del suo decoro, ma una condizione necessaria per consentirgli d’essere utile al Paese.
  2.  Poi ogni professione deve svolgere le attività che le sono proprie, evitando sovrapposizioni che generano incertezze e approssimazioni.
  3. Deve essere gradualizzata la formazione scolastica e curricolare, premiando il merito fino dalla scuola: meritocrazia non può essere solo in Italia un vuoto slogan.
  4. Vanno distinti gli skills a prevalente contenuto tecnico-pratico (problem solver) da quelli a prevalente fabbisogno di conoscenza e visione generale.
  5. Per gli ingegneri in particolare, si potrebbe riconvertirne i più giovani da edili a industriali in genere, integrando la loro formazione con i corsi necessari.
  6. Infine lo Stato deve consentire ai giovani meritevoli d’accedere alle scuole migliori, con borse di studio, prestiti e agevolazioni e operare una selezione sul campo già a partire dalle scuole secondarie, ancora una volta in base al merito e non ricorrendo a “numeri chiusi”, che sono sistematicamente smentiti dalla realtà, com’è dimostrato per i medici e che rischiano, una volta di più, di privilegiare i candidati appoggiati e introdotti, a scapito dei migliori.