Punti di Vista | Pietro Valle, architetto

Dialettica Binaria

Analisi del lavoro di Cino Zucchi. Patrimonio di un eclettico e visione pragmatica proveniente dal XX secolo e incentrata sulla variazione tematica continua per creare opere architettoniche urbane di ampia complessità. La dialettica tra termini opposti è lo strumento per raggiungere l'obiettivo. Secondo Zucchi la varietà non sta diminuendo gli stessi elementi formali ma vivendo la disparità tra la morfologia del sito e la configurazione stabilita. Tra urbanistica ed edilizia, il rivestimento e la distribuzione interna, la tipologia ripetuta e il cappotto mutevole.
Cino Zucchi Architetti Fiera di Abbiategrasso, 1997.

Cil 175 – Un certo pragmatismo sachlich nell’architettura europea del Novecento tende a trattare il volume dell’edificio inserito in un contesto urbano come una sorta di calco plasmato da due forze opposte.

La prima è quella esterna dello specifico sito con i suoi scorci, i quali sono riorientati da forme dinamiche composte da corpi di fabbrica multipiano che incarnano la massima volumetria collocabile.

I loro fronti sono riempiti da molteplici aperture puntuali che ambiscono quasi a riportare la complessità dell’intera città nell’immagine del singolo edificio. La seconda forza, quella interna, vede invece la distribuzione di stanze in ali edilizie che ottimizzano il rapporto tra spazi serventi, serviti e affacci.

L’incontro-scontro tra queste due forze genera un adattamento ad hoc che tende a piegare le forme tipologiche-funzionali a rapporti di vicinanza e di affaccio locali i quali trasformano la generica materia edilizia ripetuta in occasioni uniche, eventi urbani sittianamente (leggi pittorescamente) collocati che caratterizzano angoli, strade e piazze.

Questa attività progettuale, indifferente agli stili, unisce tradizionalismo e forme nuove in inedite combinazioni, oscillando tra tendenze riconoscibili ma evitando di essere inquadrata all’interno delle loro ideologie. C’è, anzi, in questo atteggiamento, un retaggio della vecchia attitudine progettuale eclettica ottocentesca che, ormai fuoriuscita da un accademismo rigido, inventa narrazioni funzionalmente efficaci a risolvere specifiche situazioni insediative.

Cino Zucchi ha resuscitato questo approccio nel ventunesimo secolo, adattandolo alle esigenze di un’era che richiede icone caratterizzate e spazi flessibili da commercializzare. Le due forze opposte sono state moltiplicate in più coppie di termini che egli pone in relazione dialettica senza necessariamente ricomporle.

Lo scarto tra i termini di queste relazioni binarie informa il carattere urbano delle sue architetture articolando un «effetto città» rappresentativo ma mai risolto in modo eguale. La «varietà» per Zucchi non è mai declinazione degli stessi elementi formali ma sperimentazione degli scarti tra morfologia del sito e configurazione insediativa in esso inserita, tra forma urbana ed edilizia, tra involucro e distribuzione interna, tra tipologia ripetuta e rivestimento cangiante.

Cino Zucchi Architetti, casa unifamiliare, Abbiategrasso, 1994.

Zucchi non adegua mai i suoi interventi alla morfologia urbana prevalente nel sito. Deforma cortine multipiano, schiere e torri a comporre episodi porosi, e non necessariamente perimetrali, dove tra lo spazio pubblico interno e la città vi è un interscambio di passaggi, percorsi e sguardi. Un richiamo alla continuità della città storica c’è ma non è mai concluso.

  • Al Portello di Milano, un cluster di torri ruotate recepisce un asse urbano proveniente dal piano urbanistico generale.
  • Nell’area dell’ex-mercato navile di Bologna, i corpi di fabbrica lineari si ibridano con le testate a torre a formare un montaggio verticale di emergenze che confligge con l’andamento dell’impianto generale, improntato da due schiere parallele che racchiudono un common interno.
  • Le due torri di Novetredici di Milano mediano tra il tessuto novecentesco preesistente e la «città a episodi» di Garibaldi-Repubblica diventando due «montagne urbane» con cime, balze e aggetti. Su di esse si abbarbicano molteplici aperture, quasi a formare una collezione di immagini, l’ultimo baluardo riconoscibile di una città abitata che, da qui in poi, non esiste più.

Per ottenere queste variazioni insediative, Zucchi deforma tipologie esistenti, rompendone la ripetizione in singoli episodi. Sui fronti urbani, le testate e le cortine non si conformano con l’andamento prevalente dei corpi di fabbrica ma diventano modificazioni riconoscibili che rimandano a un precedente ma ne negano l’anonimità. L’edilizia standard è riconosciuta, ma è anche impiegata come «materiale plasmabile» per pieghe, intagli e sagomature.

Così a Bologna i corpi lineari hanno fronti angolati rispetto all’andamento dei muri portanti trasversali e la loro configurazione planimetrica è rotta da deviazioni, tagli, interruzioni. Nei due piccoli interventi veneziani dell’area Junghans, la strategia che relaziona dialetticamente urbano ed edilizio deforma proiettivamente la testata dell’edificio B e aggredisce i G1 e G2 con tagli ed escrescenze in forma di logge a telaio aggregate al muro in mattoni.

Questa stessa relazione, oppone la distribuzione interna, spesso seriale, e l’andamento dei fronti, variato. La scelta della posizione dei gruppi scale e ascensori, interna o su un affaccio, diventa determinante nell’orientare le facciate opposte in modo diverso o nel lasciarle libere di essere rivestite da motivi di aperture continui.

La scelta è influenzata dall’orientamento urbano ma anche dall’esposizione solare che condiziona l’apertura o chiusura degli affacci. A Venezia i fronti opposti dello stesso corpo di fabbrica sono diversi, così come nel pettine dell’edilizia convenzionata al Portello. Le torri dello stesso intervento invece, così come quelle di Novetredici e gli edifici ibridi di Bologna, non sono orientate per fronti opposti ma per variazioni dello stesso motivo di facciata.

Giungiamo qui al tema del trattamento dell’involucro che di solito viene intepretato come distintivo dell’architettura di Zucchi. Affermare, come è stato più volte fatto, che egli è un abile compositore di motivi di facciata è inutile se non si comprende come essi si relazionano alla distribuzione interna e alla strategia urbana.

A fronte di volumi deliberatamente individualizzati e di suddivisioni condizionate dal mercato, la facciata diventa la cartina di tornasole che rivela il grado di deformazione operato sull’insieme degli elementi architettonici. Questi non combaciano mai completamente, non chiudono il cerchio, e, per questo l’involucro deve essere parzialmente indipendente dalla pianta.

Zucchi è un cultore della teoria del rivestimento: le sue facciate hanno presenza materiale, ma mai tettonica. Non a caso, ha curato alla Triennale una mostra che si chiamava Sempering e richiama la Stoffwechseltheorie del grande teorico ottocentesco.

La presenza materiale delle architetture di Zucchi non è, tuttavia, mai riconducibile a un tessuto bidimensionale ritagliato indifferentemente dalle aperture, come in Otto Wagner, ne celebra il pattern di un motivo tessile indipendente da esse.

La facciata è, innanzitutto, fortemente influenzata da forometrie puntuali, continuamente ripetute e sfalsate tra loro in un gioco di identità e differenze. La singola cornice di ognuna di esse è caratterizzata da un materiale distintivo.

La dimensione della finestra, quadrata o rettangolare, è o contrapposta a uno «sfondo» unitario (le torri di edilizia convenzionata al Portello e i due interventi veneziani) o diventa il motivo geometrico per un alternanza di pannellature di tamponamento di simile dimensione e di materiali diversi (le torri di edilizia libera al Portello, Novetredici, Bologna).

Mattoni di più colori, intonaco, piastrelle, pannellature metalliche e vetri smaltati compongono più un intarsio a bassorilievo che un motivo tessile, trasformando il prospetto in un Domino dove lo spessore delle tessere è rivelato quasi per accentuarne l’intercambiabilità.

Terrazzi e logge sono spesso contrapposti alla planarità degli impaginati, sono volutamente giustapposti ai volumi e caratterizzati da un telaio metallico. L’insieme delle aperture con i loro disallineamenti, delle pannellature caratterizzate materialmente e delle terrazze appese, ha una presenza composita, forma una collezione di alternative che sembra voler racchiudere l’intera città in un singolo edificio.

In questo carattere non è riconoscibile solo l’influenza tessile ma i giochi compositivi e materici dei maestri milanesi che più hanno più influenzato Zucchi: Asnago e Vender, Luigi Caccia Dominioni.

La similitudine però si ferma qui, gli scarti presenti nelle combinazioni binarie di Zucchi vanno ben oltre un «ornato» capace di rivestire dignitosamente la speculazione immobiliare come in quei riferimenti. Nell’epoca del distacco del significante dal significato, le manipolazioni di Zucchi costituiscono una strategia di resistenza all’appiattimento dell’immagine e alla banalizzazione delle tipologie architettoniche. Strategia difficile e, forse, dispendiosa ma che dissemina episodi caratterizzanti, veri e propri «pezzi di città», in contesti spesso non identificati.

di Pietro Valle,
architetto, nato a Udine nel 1962, ha studiato a Venezia.
Dopo la laurea si è trasferito negli Stati Uniti dove ha conseguito un Master a Harvard e ha collaborato con gli studi di Emilio Ambasz e Frank O. Gehry. Dal 2003 è tornato a Udine dove oggi dirige lo Studio Valle Architetti Associati.
Dal 1993 ha insegnato come Visiting Professor in varie università di architettura europee e americane tra cui la Syracuse University, la Facoltà di Architettura di Ferrara, lo Iuav e, attualmente, l’Università di Udine.

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