Sindacato | Cariche

Franco Turri confermato alla guida della FilcaCisl nazionale

Insieme a Turri confermati in segreteria Salvatore Federico, Stefano Macale ed Enzo Pelle. Il nuovo entrato è Ottavio De Luca della Filca Toscana.

Franco Turri è stato confermato all’unanimità segretario generale della FilcaCisl nazionale. Ad eleggerlo il Consiglio generale della categoria al termine del congresso, che si è svolto a Perugia.
Novità nella segreteria che affiancherà Turri: oltre alle conferme di Salvatore Federico, Stefano Macale ed Enzo Pelle, il Consiglio ha votato l’ingresso di Ottavio De Luca, 44 anni, segretario generale della Filca Toscana, che prende il posto di Salvatore Scelfo.

La nuova segreteria. Da sinistra: Macale, De Luca, Turri, Pelle e Federico.

Si è conclusa così la lunga fase congressuale, che ha visto svolgersi  2.200 assemblee a partire dai luoghi di lavoro e 57 Congressi delle federazioni territoriali e regionali, in rappresentanza degli oltre 258 mila iscritti alla categoria nei settori edilizia, legno, cemento, laterizi e lapidei. Alla tre giorni di lavori e dibattito è intervenuta anche la segretaria generale della Cisl nazionale, Annamaria Furlan, ed hanno partecipato oltre 600 tra ospiti e delegati.

I temi della relazione programmatica

Franco Turri | Segretario nazionale FilcaCisl.

Nella sua relazione ai congressisti Turri aveva posto l’accento su alcuni aspetti riguardanti il comparto, evidenziando che da parte della Filca c’era il massimo impegno per far capire che il settore delle costruzioni vuole offrire un contributo per una «vita migliore per tutti» e alla classe dirigenziale e ai politici il compito di incanalare risorse ed energie verso un modello di sviluppo che punti alla coesione e al rilancio del Paese.
«È chiaro che noi dobbiamo puntare ad un’edilizia di qualità, che metta in sicurezza il territorio dal rischio idrogeologico e da altre calamità naturali, che valorizzi il patrimonio artistico, ma che allo stesso tempo sia in grado anche di correggere gli errori del passato demolendo e ricostruendo, e provando a sperimentare proprio in queste esperienze l’utilizzo di nuovi materiali da costruzione a basso impatto ambientale, con edifici autosufficienti dal punto di vista energetico.
Le brutture architettoniche create nelle periferie hanno generato a loro volta marginalità sociale, e chi le abita percepisce la periferia non solo lontana ‘fisicamente’ dal centro della città, ma anche distante dal punto di vista culturale e sociale. In questo senso riprende corpo l’importanza delle infrastrutture anche nelle grandi città, che ‘accorcino’ la distanza tra centro e periferia, e soprattutto che tutto questo sia condiviso con chi abita quei luoghi con percorsi partecipati, evitando così un altro luogo comune (che poi tanto comune non è) per il quale si fanno opere e si aggiudicano appalti solo per interessi personali».

Italia 4.0 e la nuova edilizia

Turri ha citato l’esempio degli Stati Uniti quando si manifestò la crisi del 1929 spiegando l’importanza delle politiche keynesiane ed in particolare le azioni compiute dal governo statunitense nell’edilizia: «… da tempo noi, come altri, diciamo che l’edilizia è un settore anticiclico e che può far ripartire il Paese, ma ancora questo non avviene.
Sul settore pesano le mancate riforme, la corruzione, le scelte contradditorie ed altalenanti in materia di grandi opere, la lenta e farraginosa applicazione del nuovo Codice degli appalti, la mancata riduzione del numero delle stazioni appaltanti, l’incapacità di spesa e progettazione delle pubbliche amministrazioni, la gestione dei finanziamenti a singhiozzo, la burocrazia, la frammentazione delle imprese, la perdita di potere d’acquisto delle persone, la scomparsa dell’attrattività del mattone come bene rifugio, il costante e continuo blocco delle opere pubbliche… fino al paradosso che anche dove ci sono i fondi i cantieri non partono perché le stazioni appaltanti non sono in grado di produrre una progettazione esecutiva.
Se la scelta è quella di sostenere l’industria 4.0 (e non vi sono alternative in questo senso) e verso un turismo di qualità in un Paese moderno ed efficiente, non vi è dubbio che sia necessario dotarlo di infrastrutture indispensabili a partire dal Mezzogiorno. Proprio il Sud può far pendere la bilancia della ricchezza nazionale verso il segno positivo: ripartiamo dalle opere pubbliche del Sud per lo sviluppo e la ripresa del Paese!
Non ci potrà essere una repubblica fondata sul lavoro se non ricominciamo dall’edilizia.

Abbiamo quindi la necessità di organizzare una grande campagna per il lavoro edile:

  • stimolando ed impegnando la pubblica amministrazione e le stazioni appaltanti ad aprire in breve tempo i cantieri delle opere finanziate e/o sospese;
  • attivando l’osservatorio/laboratorio per la verifica dello stato di attuazione delle opere o degli intoppi che ne impediscono la partenza;
  • accelerando l’entrata in vigore del nuovo Codice degli appalti;
  • ricercando fondi di finanziamento innovativo per le opere pubbliche (Boc…);
  • utilizzando i fondi pensione per finanziare opere pubbliche tariffabili ed attività produttive;
  • dando sistematicità e continuità ai bonus–sovvenzioni all’edilizia;
  • attuando il progetto Casa Italia;
  • costruendo infrastrutture materiali (porti, aeroporti, strade, ferrovie…) ed immateriali (banda larga, ricerca , scuola…)».

La scelta del Paese non può che essere l’industria 4.0, ovvero un settore manifatturiero al passo con i tempi, anzi, che li preceda, con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale che dialoga con l’uomo, che la deve comunque guidare, superando anche i robot.
Intelligenza artificiale che già opera nel settore manifatturiero e continuamente si evolve, ma che inizia a prendere piede anche nelle costruzioni con la progettazione in Bim, la domotica, i bracci a controllo numerico, l’industrializzazione, la posa ed il monitoraggio degli edifici (tipo Lego!), le stampanti 3d in cantieri e le macchine per movimento terra autoguidate o teleguidate.

La nuova edilizia 4.0

La buona edilizia, la nuova edilizia 4.0, deve necessariamente partire da una buona progettazione, l’adozione del Bim darebbe luogo a progetti di qualità, ottimizzerebbe le risorse disponibili, ridurrebbe gli sprechi in ogni singola opera e consentirebbe così di avere la disponibilità di più risorse, circa il 25% in media in più, che oggi non sarebbe poco, per realizzare più opere ma con processi produttivi di migliore qualità sociale e sicurezza nei cantieri. E infine consentiteci: basta opere programmate e mai iniziate e opere lasciate incomplete per anni!
Rinunciare all’innovazione significa per tutti essere esclusi dai mercati o relegati a quelli delle pulci. Ricorrere all’innovazione significa stare sui mercati ma perdere occupazione.

La grande sfida per il sindacato sarà duplice:
1. creare e redistribuire il lavoro
2. creare e redistribuire la ricchezza.

Per creare lavoro occorre riscoprire antiche ricette come la costituzione delle cooperative (oggi sostituita dalle start-up) e la riscoperta del movimento cooperativo, così come il risparmio contrattuale da destinare alla creazione di posti di lavoro fino alle nuove soluzioni, come l’impiego dei fondi pensioni in attività produttive, piuttosto che nel finanziamento dei debiti degli Stati, fino al raggiungimento della democrazia economica arrivando a condizionare le borse ed il mondo finanziario.

Presenti nella stanza dei bottoni

Industria 4.0 significa anche partecipazione dei lavoratori, tramite il sindacato, alle scelte aziendali con gli strumenti opportuni (azionariato, consigli d’amministrazione, di sorveglianza, commissioni gestionali): bisogna essere presenti nella «stanza dei bottoni» e decidere il futuro delle aziende, gli investimenti, l’organizzazione del lavoro, la scelta dei mercati, l’innovazione, le politiche di formazione e qualificazione.
Ma alla partecipazione all’azienda deve accompagnarsi anche una sorta di «partecipazione territoriale», magari con la bilateralità, soprattutto nelle aree sistema e nei distretti produttivi. Una bilateralità al servizio dei lavoratori, delle aziende, del territorio che favorisca e sostenga la competizione di sistema e non individuale, ideando strumenti per la formazione professionale, l’innovazione tecnologica, la ricerca e l’accompagnamento delle imprese nei nuovi mercati: la singola azienda brianzola del mobile non si muove più da sola, ma è tutta la Brianza (milanese e comasca) che insieme opera a salvaguardia di un territorio, di posti di lavoro, di sviluppo…
E tutto questo mosso da un sistema bilaterale gestito da noi e dagli imprenditori che catalizzi istituzioni, Camere di Commercio, scuole e che diventi il motore dello sviluppo territoriale.

Dignità ai contratti

Per ridare dignità ai contratti come strumenti del lavoro nobile dobbiamo partire da alcune premesse necessarie:

  • riportare il Durc a normativa esclusiva per l’edilizia, legato al cantiere ed alla fase di avanzamento dei lavori con un forte riferimento alla congruità (dal Dol –Durc online al Durcool documento unico di regolarità di cantiere e di congruità on line), laddove per regolarità di cantiere non si intenda solo la regolarità contributiva ma anche la regolarità nel pagamento dei lavoratori;
  • conquistare finalmente la «Patente a punti» quale unico strumento per l’esercizio della professione di imprenditore edile e per l’apertura di un’impresa, superando l’anarchia odierna, dove qualunque persona può aprire un’impresa edile: l’attività più liberalizzata in assoluto.

Abbiamo due sistemi produttivi che si confrontano: l’edilizia da una parte con i suoi sistemi bilaterali, e la contrattazione territoriale e gli impianti fissi dall’altra, con una storia di forte negoziazione aziendale e di gruppo.
Ragionare in una logica di contrattazione di filiera (ovvero del comparto costruzione e dei materiali da costruzione) vorrebbe dire arrivare ad un contratto di comparto valido per tutti (ma che dovrebbe includere anche la ceramica, il vetro, le piastrelle) esaltando i singoli aspetti positivi ed applicandoli con flessibilità:

  1. se il contratto nazionale fosse unico per tutti, potrebbe poi dividersi in aree più specifiche mantenendo un’impostazione uniforme e demandando molti strumenti alla contrattazione integrativa di secondo livello che dovrebbe essere territoriale per l’edilizia e le piccole aziende degli impianti fissi, mentre di gruppo per le realtà particolari (non solo nel cemento ma anche nel legno) ed aziendale per le aziende di una certa dimensione e/o dove vi sia rappresentanza diretta effettiva dei lavoratori (Rsu–Rsa);
  2. alcuni temi saranno di gestione comune, in quanto figli di un unico contratto, magari cominciando già ad unificare laddove possibile e necessario come i fondi pensione e quelli sanitari.

Per scaricare la relazione completa della segreteria FilcaCisl clicca qui