L'intervista | Maurizio Savoncelli, Presidente Consiglio Nazionale Geometri

Snellimento delle procedure di accesso al Superbonus 110% e benefici attesi dalle professioni tecniche

In edilizia gli incentivi fiscali, e in specie il Superbonus, hanno ricadute economiche, etiche, ambientali sul settore e sulla qualità e vivibilità del costruito del Belpaese. Maurizio Savoncelli nell'intervista mette in luce anche il ruolo che riveste l'investimento nella governance pubblico-privato per puntare al bene comune.
Maurizio Savoncelli | Presidente Consiglio Nazionale Geometri.

Il dl Governance e Semplificazioni 77/2021, entrato in vigore lo scorso 1° giugno, contiene novità importanti in merito allo snellimento delle procedure di accesso al Superbonus 110%, l’agevolazione fiscale prevista dall’articolo 119 del Decreto Rilancio per gli interventi di risparmio energetico e miglioramento sismico degli edifici.

Sul tema la Rete delle Professioni Tecniche (Rpt) è intervenuta spesso nei mesi scorsi, presentando nelle sedi istituzionali una serie di valutazioni (di opportunità e merito) che hanno evidentemente trovato ascolto; in che misura e con quali benefici attesi ne parliamo con il presidente del Consiglio Nazionale Geometri e Geometri Laureati Maurizio Savoncelli, spesso relatore in occasione di audizioni parlamentari e tavoli di lavoro ministeriali.

Presidente Savoncelli, che valutazione dà delle misure introdotte dal dl Governance e Semplificazioni in tema Superbonus?

Quella potenzialmente più efficace è la disposizione in base alla quale gli interventi ammessi all’agevolazione fiscale, considerati manutenzione straordinaria, potranno essere realizzati con una Comunicazione di inizio lavori asseverata (Cila), eliminando quindi l’obbligo di asseverazione dello stato di legittimità dei fabbricati, che rimane solo per gli interventi di demolizione e ricostruzione. In tal modo, sarà possibile ridurre in maniera significativa i tempi lunghi di rilascio della documentazione richiesta, pur senza concedere nulla alla legittimazione in sé: la Cila, infatti, dovrà indicare gli estremi del titolo abilitativo o l’indicazione che la costruzione dell’edificio è stata ultimata in data antecedente il 1° settembre 1967. La considerazione che ne deriva è duplice: rimangono impregiudicate eventuali irregolarità, che il tecnico non dovrà accertare preventivamente.

Altre misure importanti sono l’estensione del Superbonus agli interventi realizzati presso strutture che offrono servizi sociosanitari e assistenziali, e per l’eliminazione di barriere architettoniche realizzata da over 65, anche non portatori di handicap.

Il valore aggiunto di queste misure non risiede tanto nell’ampliamento della platea dei beneficiari (che pure è un punto importante), quanto nella tipologia di questi ultimi. Che sono, prevalentemente, persone anziane, malate o non autosufficienti, ossia quelle che hanno maggiormente sofferto nei mesi più duri dell’emergenza sanitaria anche a causa dello scarso livello di salubrità e comfort dei propri spazi abitativi. Intervenire in queste situazioni “sfruttando” gli indubbi vantaggi economici che derivano dal beneficio fiscale del 110%, significa non solo mettere in sicurezza l’intero patrimonio edilizio italiano e non solo la parte residenziale, ma porre le basi per ridisegnare gli spazi urbani post Covid, trasformandoli in luoghi di salute e benessere. 

Come si conciliano la portata sociale di questi interventi, che per loro natura richiedono tempi lunghi di realizzazione, e la limitata applicazione temporale del Superbonus, del quale si auspica la proroga al 2023?

È semplice: non si conciliano. Come sostengo da tempo, se questa misura trova legittimazione nella più ampia strategia prevista dalla “Missione 2: Rivoluzione verde e transizione ecologica” del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) che annovera, tra i principali obiettivi da raggiungere, la realizzazione di edifici a emissioni zero entro il 2050, la dimensione temporale di riferimento non può essere inferiore a quella dello stesso Pnrr, ossia il 2026. Solo sul lungo periodo è possibile parlare di strategia di riqualificazione e rigenerazione, funzionale a migliorare l’efficienza energetica, aumentare la sicurezza, ridurre il consumo di suolo, elevare la salubrità degli ambienti indoor, mentre sul breve periodo occorre limitarsi alla “conta” degli interventi realizzati, che presumibilmente non andranno oltre il 3% del potenziale parco sul quale intervenire, stimato in “circa 50.000 edifici/anno a regime, per una superficie totale di 20 milioni di mq/anno”.

Quindi: snellimento delle procedure e proroga al 2026. È questa la strada giusta per garantire al Paese il raggiungimento degli obiettivi correlati all’applicazione del Superbonus, in primis un risparmio medio (energetico e di emissioni) tra il 30 e il 40%?

Quelle citate sono variabili fondamentali, ma rischiano di essere evanescenti senza la spinta della digitalizzazione. Per avere evidenza dell’importanza di questo fattore, si pensi ai lunghissimi tempi di accesso agli atti propedeutici all’asseverazione denunciati dai professionisti: una situazione certo acuita dallo smart working (secondo uno studio di Forum PA, durante il lockdown il 40% dei dipendenti pubblici non ha avuto accesso ai documenti di cui dispone in ufficio) ma causata da criticità strutturali, in primis la mancata digitalizzazione di una parte ancora consistente di titoli edilizi abilitativi, disponibili solo in formato cartaceo e quindi inaccessibili da remoto.

La digitalizzazione della PA è un asse strategico del PNRR, con obiettivi e priorità in linea con il più ampio percorso di trasformazione digitale dell’Europa entro il 2030.

È un’occasione straordinaria per colmare il grande ritardo che separa l’Italia dagli altri paesi europei: secondo l’Indice di Digitalizzazione dell’Economia e della Società (DESI) 2020 elaborato dalla Commissione Europea, siamo al 25° posto nella graduatoria europea per livello di digitalizzazione (davanti a Romania, Grecia e Bulgaria); al 19° posto per livello di trasformazione digitale della PA, all’ultimo posto per competenze di base (come ad esempio l’uso di internet) e numero di laureati nelle materie Ict. Un dato, quest’ultimo, che rimanda alla seconda grande criticità della PA: l’assenza di profili tecnici.

Un tema a dir poco centrale per una PA che mira ad essere moderna ed efficace.

Ben venga, in questa direzione, l’intenzione del ministro competente Renato Brunetta di 500mila “rinforzi” (tra assunzioni a tempo determinato e incarichi professionali) nei prossimi 5 anni, ma senza dimenticare che già oggi abbiamo la necessità e l’urgenza di poter contare su un numero elevato di profili tecnici con competenze adeguate a fronteggiare ritardi e inefficienze emersi in maniera preponderante nel contesto di emergenza sanitaria, ma da lungo tempo insiti nel sistema della PA. In questo scenario, i professionisti sono una risorsa: se messi in condizione di operare in regime di sussidiarietà orizzontale (un principio di delega di funzioni pubbliche introdotto già nel 1992 nel Trattato di Maastricht, e oggi sinonimo di riformismo e semplificazione in larga parte dei paesi occidentali), possono fornire un grande apporto sul versante della semplificazione, riducendo tempi e modi delle procedure burocratiche.

Quello della sussidiarietà è un tema centrale per la categoria dei geometri e per la Rpt, ampiamente sviluppato dal gruppo di lavoro “Cantiere Recovery”.

E lo sarà sempre di più: le riforme strutturali previste dal Pnrr in tema di PA, giustizia, fisco, sanità, transizione digitale ed ecologica dovranno guardare al ruolo sussidiario delle professioni principalmente per due ordini di motivi. Il primo è di natura operativa: lo spostamento dell’attività di verifica e valutazione ex-ante dalla PA ai professionisti (lasciando inalterata alla prima il ruolo di controllo), riduce notevolmente il lavoro istruttorio dei dipendenti pubblici. Il secondo è di natura sociale: l’utilizzo virtuoso di un principio di delega consente di liberare risorse umane e finanziarie che possono essere impiegate per rendere più efficace l’intervento dello Stato e l’erogazione dei servizi, soprattutto quelli che vanno nella direzione di colmare i gap economici, culturali ed educativi causati dalla pandemia. Nel contesto disegnato dal post-Covid, investire nella governance pubblico-privato significa puntare al bene comune.