Punti di Vista | Silvia Nanni, architetto

Appunti per una cultura del recupero del patrimonio edilizio recente

Creare una cultura del recupero è un viaggio alla riscoperta della nostra storia recente, restituendo il senso del tempo a luoghi di vita nati forse troppo in fretta. Senza dover necessariamente sovrascrivere un passato, che è ancora vivo nei ricordi della nostra giovinezza ma di cui, consapevolmente, prendersi cura.
Silvia Nanni | Architetto.

Il patrimonio edilizio recente, ovvero edificato a partire dal secondo dopo-guerra, costituisce l’82,7% dell’intero patrimonio edilizio (dati Istat riferiti al settore residenziale).

Rappresenta un immenso patrimonio e al tempo stesso una gravosa eredità; un patrimonio difficile da gestire, energivoro, obsoleto nella modalità di fruizione così come per le basse caratteristiche prestazionali.

La maggior parte degli edifici è stata realizzata da almeno 40 anni e richiedono interventi di recupero e riqualificazione che risultano già procrastinati da troppo tempo.

Alcune riflessioni

A fronte della vastità del tema non si è sviluppata un’altrettanto ampia riflessione sui criteri d’intervento, come invece è avvenuto nel campo del Restauro dei Beni Culturali, lasciando alla buona volontà o all’improvvisazione dei singoli operatori un onere enorme, con il fondato rischio di un’ulteriore perdita di qualità, in contrasto con gli obbiettivi dichiarati anche dalle recenti agevolazioni fiscali.

Vi è poi un equivoco, che nasce dal paradosso: un’immagine negativa che avvolge un po’ tutto ciò che è stato realizzato in tempi recenti e che si contrappone a un senso di affezione nei confronti dei luoghi che ci hanno visto nascere e crescere. Un equivoco che porta, insieme ad altri fattori, a un diffuso scetticismo, riducendo la portata d’incentivi finanziari e premialità previste dagli strumenti urbanistici. Con questo Punto di Vista si apre una serie di interventi, momenti di riflessione che spero possano essere utili nel creare una Cultura del Recupero del Patrimonio edilizio recente.

Una riflessione puntuale che possa favorire un vero rilancio delle iniziative di recupero e riqualificazione del patrimonio recente, con un’ampia riflessione su come valutare la qualità e l’efficacia degli interventi; perché non si perda l’occasione per saldare un debito con l’ambiente, il paesaggio, la qualità urbana e la vita stessa delle persone.

Patrimonio?

Si parla di recupero del patrimonio edilizio esistente. Comunemente il termine patrimonio è in riferimento al suo valore commerciale, quindi alla sua rendita. Recentemente tale accezione ha perso in parte la sua forza, responsabile la crisi del settore edile e delle quotazioni immobiliari.

Pare quindi, nell’estremo caso, che il patrimonio edilizio esistente non sempre possa più definirsi tale, un patrimonio in senso stretto. Nell’universo parcellizzato delle migliaia di appartamenti per tanti la proprietà immobiliare è diventata una rendita negativa, un fardello gravoso sul quale non ha senso investire.

Eppure è grazie a questa spoliazione del suo valore commerciale che l’accezione di patrimonio può ritrovare un suo significato più profondo: quello di patrimonio di memoria, di valore testimoniale e, non ultimo, di valore energetico inteso come energia grigia. Memoria, durevolezza, sostenibilità rappresentano tre elementi, tre scenari da cui partire in un percorso di progetto di recupero consapevole.

Memoria, patrimonio immateriale

Affrontare il recupero di un manufatto edilizio privo di particolari peculiarità è un viaggio alla scoperta del suo patrimonio immateriale, ancorché nascosto tra le pieghe della banalità o le piaghe lasciate dalla speculazione o dalla trascuratezza. Ed è un viaggio alla scoperta del suo patrimonio intrinseco: le qualità specifiche degli ambienti, gli affacci, la libertà consentita dallo scheletro strutturale, il materiale che è possibile recuperare, anche in chiave di sostenibilità. Un patrimonio immateriale la cui riscoperta è prima di tutto un esercizio della memoria.

Come osserva acutamente Zygmunt Bauman «Se di questi tempi ci sentiamo costretti a tornare ossessivamente sul tema della memoria, ciò avviene perché siamo stati trasportati da una civiltà della durata – e quindi dell’apprendimento e della memorizzazione – ad una civiltà del transitorio, e quindi dell’oblio». [i] Recuperare è quindi un’azione di apprendimento e memorizzazione che riconduce il patrimonio edilizio – e un po’ anche noi – dall’oblio alla consapevolezza.

Sono le case nelle quali siamo cresciuti, costruite per la maggior parte dei nostri genitori o nonni sull’onda di un sogno – forse ingenuo, forse maldestro, spesso manipolato dalla speculazione edilizia – ma comunque un sogno di benessere per tutti. Un’infinita successione di stanze delle quali per decenni mani premurose si sono prese cura; ora stanze chiuse, abbandonate, dimenticate o ancora vissute, oppure straziate in un’inarrestabile dinamica speculativa, frazionate in improbabili spazi di vita, angusti nel loro patetico rispetto dei Regolamenti edilizi.

 «Conviviamo oramai da anni con un doppio paradossale scenario: l’immagine delle periferie come luoghi alienanti tutte uguali, senza anima e lontane dall’idea delle nostre città tradizionali, e un mondo parcellizzato di appartamenti, ognuno con una storia, i propri odori, colori, oggetti e ricordi teneramente accumulati negli anni. Forse oggi possiamo provare a guardare a questi decenni che ci hanno intossicato con milioni di metri cubi di cemento e con case che facciamo fatica ad abitare come a una parentesi della Storia su cui lavorare senza pregiudizi, un laboratorio globale da manipolare con cura e da cui trarre lezioni utili».[ii]

[i]    (Zygmunt Bauman, “Vite di corsa, come salvarsi dalla tirannia dell’effimero” Il Mulino 2008).
[ii] Luca Molinari, “Le case che siamo”, Nottetempo 2016

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