Costruire in laterizio | Speciale Cupola del Brunelleschi

I mattoni del Brunelleschi. Osservazioni sulla Cupola di Santa Maria del Fiore

Analisi dettagliata dell’apparecchio murario della grande cupola interna e della calotta esterna di Santa Maria del Fiore, con individuazione delle fasi esecutive e di cantiere, delle tecniche e delle particolarità costruttive.
1. Schema di sezione della cupola con l’indicazione, desunta dai documenti d’archivio,
dei livelli raggiunti nelle varie fasi della costruzione.

(Cil – 176) Prima di entrare in merito ad alcuni aspetti della costruzione della cupola è utile svolgere in premessa un’analisi del rapporto tempo/lavoro seguito nei lavori di posa in opera delle grandi masse murarie in mattoni.

Dopo l’iniziale tratto in pietra-forte, nell’ottobre del 1422 si avviò la realizzazione della cupola in laterizio e nel giugno del 1425 si era arrivati a porre in opera la catena di macigno del secondo camminamento (1): per l’esecuzione del primo tratto laterizio, in cui è inserita una cerchiatura lignea che attraversa i costoloni intermedi e d’angolo, si impiegarono quindi circa trentatré mesi.

Dal febbraio del 1426 si portò avanti la costruzione oltre il secondo camminamento;
dal giugno del 1429 si iniziarono a fornire le catene in macigno del terzo camminamento. Come conclusione del secondo tratto di cupola si può assumere il 1430, data graffita sull’intonaco sotto il piano di calpestio del terzo camminamento.

Includendo l’anno 1430, la porzione di cupola fra secondo e terzo camminamento fu edificata in cinquantotto mesi. La parte successiva della cupola fra terzo camminamento e lanterna, iniziata nell’estate del 1431 e apparentemente conclusa entro l’estate dell’anno successivo, quando si verificò in scala reale il modello di chiusura dell’oculo, sembra aver richiesto circa dodici mesi di lavoro (2).

Mettendo in relazione il tempo impiegato in ciascuno dei tre tratti di cupola con apparecchio laterizio con il progressivo innalzamento dei diversi segmenti murari, misurandone lo sviluppo al centro dello spessore complessivo, si ricavano alcuni dati sul probabile avanzamento dei lavori in ciascun mese:

  • la prima porzione di cupola con sviluppo di 5,50 m ed eseguita in trentatré mesi, risulterebbe esser cresciuta in altezza di circa 17 cm di muratura al mese;
  • di circa 23 cm al mese la seconda, alta 12 m e compiuta in cinquantatré mesi;
  • la terza, di 15 m e portata a termine in dodici mesi, a sua volta cresciuta di circa 125 cm al mese.

Secondo tali dimensioni, nei tre segmenti murari i filari di mattoni posti in opera in ogni mese risulterebbero rispettivamente circa tre, quattro, ventidue, valori  che non cambierebbero sostanzialmente anche se si tenesse conto delle probabili interruzioni invernali ed estive delle operazioni di cantiere per le avverse condizioni atmosferiche (fig. 1 e tab. 1).

2. Fianco di un passaggio verso un oculo interno e relativa sezione georadar che mostra la discontinuità alla
profondità di circa 25 cm e la funzione di rivestimento dell’apparecchio laterizio a giunti serrati. A destra un
mattone di rivestimento con solchi che simulano l’apparecchio radiale e la spinapesce.

Negli anni compresi tra il 1422 e il 1430, i lavori della cupola progredirono quindi con grande lentezza fino alla realizzazione del terzo camminamento, dato che la muratura innalzata era mediamente meno di un filare la settimana; si registra invece una notevole accelerazione esecutiva nella parte conclusiva.

Potrebbe sembrare contraddittorio che i lavori proseguissero con più celerità proprio dove era maggiore l’inclinazione della cupola, a meno di non ipotizzare un sostanziale cambiamento nella conduzione del cantiere, con l’utilizzo di centine di sostegno nella parte più alta della cupola in costruzione.

A questo livello infatti, con la luce della cupola ridotta a circa 20 metri e con una ancor più ridotta massa muraria da sostenere, non sarebbe stato difficile costruire un ponteggio strutturale utilizzando i vuoti dei corridoi degli oculi interni superiori per inserire le travi principali di sostegno di un ponteggio a sbalzo; fra corridoi adiacenti potevano essere poste travature della lunghezza di circa 10 metri su cui con successive sovrapposizioni di travi sarebbe stato possibile realizzare la platea a sostegno della centina per ultimare la parte conclusiva della cupola.

3. Estradosso della cupola all’attacco con il piedritto del passaggio attraverso un costolone. Le linee rosse evidenziano i
giunti dei due diversi apparecchi murari: spessi e irregolari nella vela e estremamente sottili e regolari nel passaggio. Questo mostra la pratica impossibilità di realizzare le due murature con filari di mattoni che passano dall’uno all’altro apparecchio (elaborazione da [6] p.68).
Le coppie di staffe rinvenute agli spigoli interni della cupola, utilizzate per l’ancoraggio delle centine, che nel progredire verso l’alto sembrano infittirsi, forse per l’accrescersi della pendenza, si diradano oltre il terzo camminamento, e questo sembra confermare l’esistenza di un piano di lavoro continuo posto a questa quota; una ulteriore conferma sembra essere data da «l’esistenza di incontrovertibili segnali dell’utilizzo […] di un’armatura costituita da tavole lignee […]» ([4], p. 26).

Per lungo tempo le indagini sull’apparecchio murario della Cupola di S. Maria del Fiore furono fondate sullo studio dei laterizi dei passaggi fra i costoloni e nelle pareti del serraglio, che erano gli unici paramenti visibili, dato che l’estradosso della cupola, nelle parti comunemente accessibili, è coperto da intonaco.

4. Rilievi stereofotogrammetrici dell’apparecchio murario intradossale della cupola con identificati i laterizi di corde blande (giallo), spinepesce (blu) e i pochi laterizi lunghi 45 cm (rosso), facendo coincidere nello spigolo le vele adiacenti
(campitura grigia). A destra la sezione schematica della cupola con indicazione delle parti in cui, su differenti vele,
nei restauri è stato messo in luce l’apparecchio murario all’intradosso della cupola interna (zone 1-4) e all’estradosso della cupola esterna (zona 5).

Le indagini georadar fatte sulla cupola maggiore (3) hanno dimostrato che il bellissimo apparecchio laterizio lasciato a vista, con mattoni perfettamente squadrati, spianati e murati con giunti stretti, è un semplice rivestimento spesso circa 25 cm (fig. 2).

La massa muraria della cupola e dei costoloni ha caratteristiche ben diverse: mattoni irregolari, murati con giunti molto spessi, con una tessitura assolutamente incompatibile con quella dei laterizi di rivestimento, come è palese nei punti in cui le due murature sono visibili e a contatto (fig. 3).

La grande quantità di malta presente costituisce peraltro la caratteristica principale della muratura in tutte le zone che sono state prese in esame, tanto da suggerire che, invece che costituire elemento di debolezza, sia la elevata qualità delle malte impiegate il principale fattore di resistenza della muratura(4).

Se la reale tessitura muraria della cupola maggiore poteva essere esaminata all’estradosso, anche se limitatamente ad alcuni punti, all’intradosso essa era totalmente ignota fino a quando, durante il restauro delle pitture murali dell’intradosso della cupola, iniziato nel 1979 con il montaggio di un gigantesco ponteggio e terminato nel 1994, si dovette procedere allo strappo dell’intonaco dipinto in quattro zone. Ci fu quindi data l’occasione, unica e irripetibile, di conoscere per la prima volta l’apparecchiatura muraria brunelleschiana intradossale.

Delle quattro zone furono fatti rilievi stereofotogrammetrici (5) e calchi in vetroresina, uno dei quali fu poi dipinto con i colori reali della muratura. Inoltre, anche l’apparecchio murario estradossale della cupola esterna è stato documentato con rilievo stereofotogrammetrico nella zona della vela Nord-Est posta subito sotto la lanterna, messo alla vista durante i restauri del manto laterizio.

Tutti i rilievi hanno mostrato l’impiego di giunti di malta molto spessi, in media 1,5-2 cm ma talvolta persino 4 cm, arrivando in alcuni casi, all’intradosso della vela esterna, a superare la stessa altezza del laterizio.

I rilievi hanno anche consentito di esaminare in dettaglio le caratteristiche dei materiali, dell’apparecchio murario, la tecnica impiegata negli spigoli dell’ottagono e l’andamento delle ‘spinepesce’ laterizie nelle diverse zone.Gli strappi (che individueremo come zone 1, 2, 3 e 4)6 erano posti a differente altezza (rispettivamente a circa 15, 25, 27 e 30 metri sopra il terzo ballatoio) e la larghezza della vela diminuisce molto nel procedere verso l’alto (nelle quattro zone è rispettivamente di 15, 9, 6.5 e 4 metri) (fig. 4). Questo fa sì che la distanza fra due spinepesce contigue sia molto variabile:

  • nella zona 1 passa da 120 a 100 cm;
  • nella zona 2 si individuano una fascia larga (da 92 a 84 cm), due medie (60 cm) e una stretta (46 cm);
  • nella zona 3 una fascia larga (70-50 cm) e una stretta (45 cm);
  • nella zona 4 un’estrema variabilità con distanze comprese fra 55 e 5 cm (tab. 2).
5. Spianamento della restituzione stereofotogrammetrica delle otto vele con l’effettiva inclinazione delle spinepesce,
variabile da 31° a 55°, con differenze marcate sia tra vele contigue che all’interno della stessa vela [1].
Considerando che la larghezza delle fasce a spinapesce è costante, circa 25 cm, nella zona 1, con la vela larga 15 m e spinepesce distanti mediamente 110 cm, a questa quota si hanno nella faccia dell’ottagono circa 11 spinepesce; nella zona 2, con distanza media delle spinepesce di circa 65 cm, si avrebbero 10 spinepesce e nella zona 3 (distanza media 75 cm) se ne avrebbero 9.

Sembra quindi che il numero di spinepesce presenti su ogni faccia sia abbastanza costante a tutti i livelli, ma che lo spazio fra esse si riduca in maniera non uniforme, differenziandosi sempre più nel procedere verso l’alto. È probabile che la differenziazione preluda alla fusione di due spinepesce in una sola, come è reso evidente nella parte alta della zona 4, dove la discontinuità fra esse è palese.

 

La determinazione della pendenza delle spinepesce all’intradosso della cupola, alle varie  altezze e in tutte le vele dell’ottagono (7), ha mostrato che questa non è costante, ma varia, talvolta anche all’interno della stessa faccia, con angoli compresi fra 31 e 55 gradi, anche se nelle generalità dei casi la pendenza è compresa nel ristretto range fra 36 e 40 gradi (fig. 5). Questo sembra confermare che, anche se si ricercava nelle varie parti del grande cantiere di conservare una relativa uniformità, il controllo privilegiasse l’andamento radiale delle spinepesce e, almeno fino a una certa quota, la distanza fra esse, piuttosto che la loro pendenza, che dipendeva dalla quantità di malta impiegata nel posare i mattoni verticali. Questo spiegherebbe gli adattamenti rilevati anche nelle parti messe a vista negli strappi.

8. Particolare del calco dell’apparecchio murario dello spigolo Nord-Ovest della cupola (zona 3) nel quale è evidente l’orientamento dei mattoni verticali delle spinepesce verso il centro di curvatura.

L’osservazione della discordanza fra andamento radiale dei laterizi delle spinepesce intradossali e la planarità delle facce delle spinepesce all’estradosso, e il fatto che i loro mattoni siano posti all’intradosso ortogonalmente alle corde blande mentre all’estradosso siano sempre verticali (8), sembra confermare il fatto che la cupola sia costituita nel suo spessore da più zone: una zona intradossale, che nei rilevamenti georadar appare spessa circa 65 cm, con spinepesce ben apparecchiate, una estradossale, altrettanto spessa e altrettanto ben apparecchiata, e una zona intermedia, sempre con prevalente apparecchio laterizio, ma probabilmente non dotata di spinepesce; questo per la difficoltà operativa di cantiere di eseguire complessi apparecchi murari a distanza elevata dal filo del ponteggio, visto che potevano esistere solo due postazioni di lavoro, una sui ponteggi volanti nel vano della cupola e l’altra sui ponteggi eretti nel camminamento, e che i maestri di muro potevano porre in opera accuratamente solo laterizi che richiedevano uno sbraccio inferiore al metro (9).

9. Spigolo dell’ottagono (indicato dalla linea verticale verde) nel calco della zona 3: i pochi mattoni passanti (viola) non sono pezzi speciali, ma comuni laterizi sommariamente martellinati per formare l’angolo.

Osservando le lunghezze dei laterizi, è stato interessante notare una spinta variabilità nelle loro misure. I mattoni delle spinepesce hanno lunghezza costante di 22 cm, minore di quella degli elementi del resto della muratura, dove si riscontrano elementi che variano dai 29 ai 35 cm, e nelle parti più alte si ha la sporadica presenza di elementi lunghi circa 45 cm (fig. 4).

Stando ai documenti noti, si impiegarono all’inizio laterizi di misure relativamente ridotte, apparentemente corrispondenti a quelli delle spinepesce, fino al 1426 quando si optò per degli elementi di dimensioni più che doppie (10).

È verosimile che la difficoltà di murare gli elementi in un muro di così elevato spessore abbia suggerito l’impiego di elementi poco maneggevoli per il peso elevato, ma capaci di semplificare la posa nel nucleo centrale del muro. Distinguendo gli elementi di costa, di punta e i frammenti, è possibile individuare la tecnica di posa (fig. 7).

In ogni filare veniva posato per primo il mattone verticale della spinapesce, facendolo adagiare al mattone verticale posato nel filare precedente, e a partire da questo si posavano gli altri elementi.

 

10. Il diedro angolare e la necessità di raccordare i diversi piani dei costoloni mediante le corde blande [10].
Anche la posa dei mattoni del filare aveva regole abbastanza precise: laddove la distanza fra le due spinepesce era sufficiente, accanto al mattone verticale appena posto in opera, si posava in genere un mattone di costa, seguito da uno o due elementi di testa, poi nuovamente un elemento di costa per chiudere poi addosso alla spinapesce adiacente con frammenti di lunghezza variabile; nelle fasce di larghezza minore, si cercava sempre di alternare elementi di costa e di testa, arrivando fino a ricavare la loro alternanza su filari sovrapposti laddove la ridotta distanza fra le spinepesce non la consentiva nello stesso filare.

11. Rappresentazione in proiezione verticale (schema in alto a destra) del rilievo dell’intercapedine fra le due cupole nella vela N-NE con evidenziazione dei costoloni e degli archi-mensola [1].
Quindi è evidente la ricerca durante la posa in  opera di un continuo collegamento in tutta la massa muraria, sia in verticale mediante gli elementi delle spinepesce sia in orizzontale mediante gli elementi di testa che si ammorsavano all’interno dello spessore della cupola, con un collegamento reso più efficiente dopo l’adozione di elementi di grosse dimensioni.
Dai calchi dell’intradosso è stato anche possibile notare altri due aspetti:

  • l’allineamento delle spinepesce è sempre radiale, generalmente diverso da quello del resto dei laterizi che è posato con le facce parallele al lato della vela (fig. 8),
  • negli spigoli dell’ottagono generalmente l’apparecchio è interrotto e dove ci sono elementi angolari questi sono comuni mattoni, in cui è stata fatta una limitata tacca con la martellina, ben diversi da quegli elementi speciali a sagoma angolare immaginati per la presenza nel Museo dell’Opera di stampi lignei per laterizi di quella conformazione (fig. 9).

Le ordinazioni di mattoni angolari sembrano interrompersi poco dopo l’inizio della muratura laterizia (11) e quindi sembra evidente che, dopo aver iniziato a porre in opera questi pezzi speciali, si sia notata la complessità operativa che questo implicava e che la continuità di apparecchio poteva essere ottenuta con la comune prassi di cantiere di adattare i pezzi a disposizione.

La necessità di avere continuità di apparecchio murario in tutti i punti della costruzione e quindi anche nei costoloni angolari impose però un ulteriore accorgimento costruttivo, dettato dal fatto che i letti di posa di due costoloni d’angolo adiacenti, che alla base del padiglione ottagonale appartenevano allo stesso piano, nel procedere verso l’alto formavano un angolo diedro sempre più acuto.

Quindi il piano di posa dei mattoni delle vele dell’ottagono non poteva più essere orizzontale come all’imposta della cupola, ma doveva raccordare progressivamente i piani dei costoloni, dando così luogo alle corde blande dei letti di posa dei mattoni delle otto vele (fig. 10).

La cupola esterna, di spessore molto inferiore all’interna, è collegata a essa mediante i costoloni angolari e i due costoloni intermedi presenti in ogni vela, oltre che dagli orizzontamenti lapidei dei due corridori.

L’esame dettagliato di struttura e apparecchio murario dell’intradosso delle vele esterne, e l’analisi di quella parte di apparecchio murario estradossale reso noto dai rilievi stereofotogrammetrici, consentono di chiarire bene la tecnica esecutiva.

All’intradosso di ciascuna delle vele esterne, oltre che i costoloni, sono presenti nove coppie di archi suborizzontali di collegamento dei costoloni, con sezione progressivamente ridotta in altezza e spessore man mano che si allontanano dal costolone angolare e si avvicinano all’intermedio, tanto da avere l’aspetto di una mensola (fig. 11).

13. Particolare di un attacco fra costolone angolare (A), arco-mensola (B) e intradosso della vela esterna (C). La mancata corrispondenza fra i filari laterizi del costolone con quelli della vela esterna mostra la discontinuità fra le due murature.

La struttura stessa dell’arco è costituita da una fila inferiore di laterizi disposti di costa a costituire l’arco vero e proprio, e da una successione superiore di laterizi disposti di piatto a letti suborizzontali di spessore man mano ridotto. In ambedue i costoloni è possibile notare che il punto di attacco degli archi-mensola è stato predisposto lasciando un vuoto nell’apparecchio murario, in cui si è realizzato successivamente l’arco (fig. 12).

È anche possibile notare che la parte di muro compresa fra costoloni e archi-mensola è stata costruita in una fase ancora posteriore, come si può notare in più punti: oltre a non esserci corrispondenza dei letti di posa all’attacco fra costolone e vela esterna (fig. 13), all’attacco della vela dell’intradosso dell’arco mensola, si nota la tipica saturazione di muratura con larghissimo impiego di malta, presenza di elementi laterizi di dimensioni estremamente varie e di frammenti a riempimento dei piccoli vuoti residui (fig. 14).

14. I frammenti laterizi posti a sigillare lo spazio fra l’intradosso dell’arco-mensola e la vela esterna mostrano che
quest’ultima fu completata dopo la costruzione dell’arco.

L’apparecchio murario estradossale mostra la presenza dei mattoni verticali degli archi-mensola e che questi si estendono all’intero spessore della vela, ma le spinepesce passano al di sopra dei costoloni, quindi la muratura dei costoloni, almeno nella zona estradossale, è stata costruita contestualmente al resto della vela (fig. 15).

È quindi evidente che si costruirono prima i costoloni, non completandoli fino all’estradosso ma lasciando la predisposizione per la realizzazione degli archi-mensola; in una seconda fase si costruirono questi ultimi e che infine si realizzò la muratura della vela, a saturazione del telaio predisposto con costoloni e archi mensola, con l’accortezza di dare continuità alla muratura di vela e costoloni nella parte più prossima all’estradosso.

15. Rappresentazione in proiezione sul piano medio della parte sommitale dell’estradosso della vela esterna NE (zona 5). La proiezione di costoloni e archi-mensola dell’intercapedine (grigio) mostra la perfetta coincidenza fra l’andamento del lembo inferiore di questi ultimi e i mattoni dell’estradosso disposti verticalmente ad arco (rosso) e che le spinepesce, pur continuando anche al di sopra dei costoloni intermedi, mostrano una frammentarietà e discontinuità notevoli [1].
Una simile organizzazione dei lavori potrebbe essere stata dettata dalla difficoltà di portare avanti in parallelo la costruzione delle due cupole, tenuto conto del ridotto spazio fra i due gusci che varia da 110 a 120 cm.

L’osservazione dettagliata del rilievo dell’apparecchio estradossale mostra che, nonostante che alla base della lanterna vi siano cornici marmoree incurvate che parrebbero ricalcare le corde blande, in realtà la muratura dove esse poggiano è rettilinea.

L’incurvamento delle cornici in marmo sembra dovuto all’assestamento della muratura della cupola, non seguito da un parallelo abbassamento del rivestimento marmoreo dei costoloni, dove i giunti fra gli elementi sono estremamente ridotti e quindi soggetti a limitati fenomeni di variazione dimensionale per plasticizzazione o ritiro, al contrario di quanto si ha nell’apparecchio murario a larghi giunti di malta delle restanti parti della cupola con l’estradosso della vela esterna messo a vista nei restauri. Il rilievo mostra che la vela termina in alto con una linea orizzontale, mentre la base marmorea della lanterna si incurva, creando fra esse uno spazio, poi murato (fig. 16).

16. Particolare del rilievo della vela esterna. Il dettaglio mostra che la vela termina in alto con una linea orizzontale e non a corda blanda (in rosso lo spazio creatosi con la deformazione della pavimentazione della base della lanterna) [1].
L’apparente conformazione a corda blanda della piattaforma della lanterna è quindi dovuta alla concomitante azione di assestamento della cupola laterizia e di puntellamento del rivestimento marmoreo dei costoloni(12) .

Leggi anche: il punto di vista di Adalgisa Donatelli, ingegnere edile

Luca Giorgi,
Professore Associato, Dipartimento di Architettura (Dida), Università degli Studi di Firenze

Pietro Matracchi
Professore Associato, Dipartimento di Architettura (Dida), Università degli Studi di Firenze

Note di chiusura

1. Sulla base dei documenti noti era stato elaborato un primo calcolo dei tempi delle varie fasi della costruzione: [1] p.310. La totalità dei documenti d’archivio relativi alla costruzione della cupola conservati presso l’Opera di Santa Maria del Fiore è stata trascritta ed è oggi consultabile on line sul sito http://duomo.mpiwg-berlin.mpg.de. Sulla base di essi
un recente saggio ha meglio precisato le date. Cfr. [2].
2. Margaret Haines e Gabriella Battista affrontanospecificamente quello che definiscono “Il puzzle della chiusura della cupola” e sembrano fissare la conclusione della muratura laterizia al momento della posa in opera del modello al vero. Cfr. [3], p.20.
3. Il rapporto completo delle indagini georadar è pubblicato in [5].
4. “[…] le buone caratteristiche tecniche del complesso di questa struttura muraria dipendono in larga misura dall’impiego di malta costituita da ottimi materiali e realizzata con grande accortezza, ed ancora dall’uso di un buon ‘costipamento’ capace cioè di non lasciare vuoti o discontinuità fra i vari elementi”. Cfr. [7], p.63.
5. Insieme al rilievo fotogrammetrico della cupola, sono stati pubblicati i rilievi in scala 1:10 delle quattro zone messe alla luce nei restauri. Oltre ai rilievi, utilizzati per le elaborazioni qui presentate, il saggio informa su ulteriori dati quali misure dei laterizi, risultati delle
indagini endoscopiche, i dati tecnici dei rilievo [4].
6. Le quattro zone erano situate su diverse vele e in punti differenti: rispettivamente lo spigolo delle vele Est e Nord-Est la Zona 1, delle vele Nord e Nord-Ovest la Zona 2, delle vele Nord e Nord-Est la Zona 3 e nella mezzeria della vela Nord la Zona 4. Cfr. [8], p.22.
7. Le tracce delle spinepesce erano visibili da fratture e screpoli della superficie dipinta all’intradosso della cupola, registrate in un rilievo stereofotogrammetrico eseguito prima dei restauri delle pitture. Cfr. [1], p.312.
8. Riccardo Dalla Negra, sottolineando il fatto che all’estradosso della cupola maggiore i laterizi della spinapesce, oltre che essere tutti verticali, abbiano la testa a filo con il lato dell’ottagono, formula l’ipotesi che queste ultime siano state tutte volutamente rettificate. Cfr. [4], p.28.
9. Giuseppe Rocchi esamina in dettaglio quali potessero essere le presumibili squadre di maestri di muro e come il tipo di muratura fosse legata alle difficoltà operative di cantiere. Cfr. [9], pp. 266-267.
10. Nei contratti con i fornaciai il peso degli elementi imposto all’inizio fra 11,5 e 14 libbre (rispettivamente 3,8 e 4,8 kg), passò a partire da quella data, con conseguente cambiamento di prezzo nei contratti, a 25-30 libbre (8,5-10,2 kg). Cfr. [2], pp.84 e 88.
11. Negli ordinativi di laterizi successivi al 1423 non sono più citati i laterizi angolari. Cfr.[2], p. 85.
12. L’accertamento della deformazione alla base della lanterna e la sua estraneità dall’apparecchio murario a corda blanda era stata stato pubblicato nel 1989 da
Gastone Petrini negli atti del convegno dal titolo Il rilievo tra storia e scienza. Cfr. [11].

Riferimenti bibliografici

[1] L. Giorgi, P. Matracchi, Santa Maria del Fiore, Facciata, corpo basilicale, cupola, in: G. Rocchi Coopmans De Yoldi (a cura di), S. Maria Del Fiore. Teorie e Storie dell’Archeologia e del Restauro nella Città delle Fabbriche Arnolfiane, Firenze, Alinea, 2006, pp. 277-324.
[2] M. Haines, Myth and Management in the Construction of Brunelleschi’s Cupola, I Tatti
Studies, Essays in the Renaissance 14-15 (2012) 47-101.
[3] M. Haines, G. Battista, Un’altra storia: Nuove prospettive sul cantiere della cupola di Santa Maria del Fiore, The Years of the Cupola – Studies, Gli anni della Cupola – Studi, 2015.
[4] R. Dalla Negra (a cura di), La cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze. Il rilievo
fotogrammetrico, Livorno, Sillabe, 2004.
[5] A. Morelli, Indagini diagnostiche di tipo radar applicate allo studio di sezioni murarie e alla ricerca di strutture archeologiche nascoste ipogee, in: G. Rocchi Coopmans de Yoldi (a
cura di), Santa Maria del Fiore. Teorie e storie dell’archeologia e del restauro nella città delle fabbriche arnolfiane, Firenze, Alinea, 2006, pp. 223-228.
[6] L. Ippolito, C. Peroni, La cupola di Santa Maria del Fiore, Roma, Nuova Italia Scientifica, 1997.
[7] L. Barbi, B. Leggeri, V. Vasarri, R. Franchi, F. Fratini, C. Manganelli Del Fa, Indagine
sperimentale sui materiali costituenti la cupola di Santa Maria del Fiore, in: Atti del  Dipartimento di Costruzioni della Facoltà di Architettura di Firenze, 1, 1986.
[8] R. Dalla Negra, La Cupola del Brunelleschi: Il cantiere, le indagini, i rilievi, in: C. Acidini
Luchinat, R. Dalla Negra (a cura di), Cupola di Santa Maria del Fiore: il cantiere di restauro,
1980-1985, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 1995, pp.1-46.
[9] G. Rocchi Coopmans De Yoldi, Il cantiere del complesso di Santa Maria del Fiore dall’epoca arnolfiano-giottesca a quella brunelleschiana, in: G. Rocchi Coopmans De Yoldi (a cura di), S. Maria Del Fiore. Teorie e Storie dell’Archeologia e del Restauro nella Città delle Fabbriche Arnolfiane, Firenze, Alinea, 2006, pp. 243-276.
[10] P.A. Rossi, Le otto piattabande curve, Firenze, s.e., 1977.
[11] G. Petrini, Su alcuni recenti rilievi architettonici per il restauro dei monumenti, in XY.
Dimensioni del disegno 11-12 (1989) 147-149.

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