Restauro | Museo, Faenza

Consolidamento, nuovi inserimenti e ripristino degli apparati decorativi

I lavori diretti dall’arch. Giorgio Gualdrini sono stati tesi a valorizzare le testimonianze architettoniche e le decorazioni rinvenute durante i lavori. Elaborata una soluzione «scannafosso», trincea capace di garantire la fruizione visiva di tutti i lacerti rinvenuti al di sotto della quota pavimentale. Posti in opera rinforzi strutturali leggeri costituiti da nastri d’incatenamento in fibre di acciaio galvanizzato e riposizionato l’antico pavimento in cotto.
Arch.Giorgio Gualdrini | Progettista.

Arch. Giorgio Gualdrini | Progettista

«Dopo questo importante restauro posso dire che una certa incompiutezza – una sorta di ‘sapore archeologico’ che evoca quel ‘romanticismo della patina’ definito da Camillo Boito ‘splendido sudiciume del tempo’ – accompagna oggi la percezione di tutti gli antichi elementi architettonici e decorativi rinvenuti durante il cantiere, facendo della Sala Superior del Museo Diocesano di Faenza un prezioso sito capace di esprimere efficacemente la transizione romagnola dal romanico al gotico».

Museo di Faenza: vista esterna.

Il Museo Diocesano di Faenza occupa un’importante porzione del piano nobile del Palazzo Episcopale la cui origine risale al XII secolo. Da poco è stato ultimato un primo ma ancora parziale intervento di restauro e allestimento curato dall’architetto Giorgio Gualdrini che, assieme alle opere da esporre, ha voluto valorizzare le importanti testimonianze architettoniche e decorative di età romanico-gotica in gran parte rinvenute durante i lavori.Lo spazio più prestigioso del Museo Diocesano è la medievale Sala Superior, denominata Sala degli affreschi in seguito all’affioramento d’importanti porzioni del ciclo pittorico trecentesco comprendente «Le quattro sante», «Il Trionfo della morte», «L’incontro dei tre vivi e dei tre morti» e «Il Giudizio finale». Coevi degli affreschi di Buffalmacco nel Camposanto di Pisa (1330-1340) questi dipinti parietali sono da collocarsi nell’alveo della diffusione in Emilia Romagna della lezione giottesca e della cultura figurativa francese, veicolata in regione da Bertrando del Poggetto, legato papale a Bologna nel secondo decennio della cattività avignonese. La sala, allestita con misura e discrezione secondo lo stile dell’architetto Gualdrini, raccoglie inoltre molte opere di rilevante valore artistico, dalla cimabuesca tavola della Madonna della Celletta ai dipinti rinascimentali del fiorentino Biagio d’Antonio Tucci, dalle romaniche sculture in pietra calcarea al tabernacolo in pietra serena della bottega di Antonio Rossellino.

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Sondaggi e scoperte

L’intervento di restauro, condotto dalla ditta Cmcf, ha avuto inizio nel mese di novembre del 2009. Il primo stralcio comprendeva anche il consolidamento strutturale delle tre volte che sostengono il pavimento della Sala Superior. Un difetto costruttivo, risalente all’erezione cinquecentesca delle volte per innalzare le quote di calpestio degli spazi costituenti l’ala ovest della residenza vescovile, aveva determinato l’insorgere di una distorsione della curva ideale dell’arco ribassato. Per ridurre le deformazioni già nel XVIII secolo era stata posizionata, all’intradosso, una trave lignea rivestita in canniccio e gesso. Recentemente questa trave ha cominciato a evidenziare segni di logoramento a fatica trasmettendo ulteriori cedimenti alla sovrastante, e già deformata, volta in mattoni di laterizio.

Rinvenimento del pavimento cinquecentesco e sua rimessa in opera a l’identique al netto dello scannafosso per la messa in vista dei reperti.

L’iniziale progetto strutturale antisismico, redatto dall’ing. Enea Berardi, prevedeva la realizzazione, all’estradosso della volte, di tre calotte nervate in calcestruzzo armato con connettori metallici fissati alle strutture arcuate di laterizio tramite iniezioni di resine epossidiche. Prima della rimozione delle caldane l’arch. Gualdrini ha voluto però verificare le caratteristiche degli strati eventualmente presenti sotto il pavimento in marmette di graniglia realizzato nell’immediato dopoguerra. A circa venti centimetri di profondità è così emersa una bella pavimentazione cinquecentesca in mattonelle di cotto fatto a mano. Dopo un accurato rilievo grafico esse sono state asportate e accatastate per la loro successiva messa in opera secondo il disegno originario.

Rinvenimento delle decorazioni sottoquota.

Le sorprese, tuttavia, non sono finite qui. All’atto della rimozione delle caldane di riempimento sono affiorate decorazioni ad affresco. Questi ampi tratti di dipinti parietali comprendevano i resti di una sottile fascia decorata a quadrifogli di color verde e, nella parete orientale, una decorazione policroma. Tali decori erano parte integrante del grande ciclo di scuola giottesca, le cui prime tracce erano ritornate alla luce nel 1948 sulle pareti occidentale e settentrionale della sala. Assieme al rinvenimento di questi importanti lacerti decorativi sono affiorati i resti di una cordonatura in pietra serena sulla quale in origine appoggiava un’elegante loggetta che, realizzata nel XIII secolo, era costituita da una coppia di esafore. In seguito ai successivi sondaggi parietali sono poi emersi importanti porzioni delle basi e delle colonnine binate in marmo rosa di Verona, dei capitelli con pulvino e degli archetti in selenite, sopraccigliati da ghiere in cotto e abbelliti da losanghe in calcare bianco decorate «a niello».

L’affioramento del tratto di polifora medievale occultato nel XVI secolo all’interno della muratura di tamponamento.

Un restauro paziente

Completati i sondaggi, si trattava di redigere un progetto di variante teso al restauro e alla valorizzazione degli affioramenti emersi. In occasione del sopralluogo condotto dall’arch. Emilio Agostinelli, funzionario della Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici di Ravenna, l’arch. Gualdrini ha proposto una soluzione «scannafosso»: una trincea in grado di garantire la fruizione visiva di tutti i lacerti rinvenuti al di sotto dell’odierna quota pavimentale, lasciando al contempo in evidenza gli estradossi di bordo delle strutture arcuate

Recupero delle decorazioni sottoquota e colonnine binate. Particolari costruttivi:
1. Pavimento cinquecentesco di recupero.
2. Pacchetto serpentina di riscaldamento.
3. Caldana in argilla espansa.
4. Consolidamento strutturale con fibre d’acciaio galvanizzato.
5. Volta cinquecentesca.
6. Muretto di contenimento.
7. Scannafosso.
8. Montante reggicordicelle.
9. Cordonatura in pietra serena.
10. Vetro strutturale 8/10/8.
11. Putrella di bordo HEA 180.
12. Pavimento in acciaio cor-ten mm 2.
13. Colonnine binate medievali riemerse durante i lavori.
A. Particolare costruttivo dello scannafosso.
1. Caldana in argilla espansa.
2. Soletta in c.a.
3. Isolamento termico.
4. Massetto con serpentina per riscaldamento e raffrescamento.
5. Pavimento cinquecentesco di recupero.
6. Angolare di bordo.
7. Intonaco di calce naturale.
8. Muretto di contenimento.
9. Corpo illuminante.
10. Montante metallico reggicordelle.
11. Vetro strutturale 8/10/8
B. Particolare costruttivo dell’asola vitrea.
1. Vetro strutturale 8/10/8.
2. Angolare di bordo.
3. Corpo illuminante.
4. Putrella Hea 180.
5. Pavimento in acciaio cor-ten mm 2 con neoprene di ripartizione.
6. Tubolare metallico trasversale.
7. Isolamento termico.
8. Rete porta-intonaco.
9. Intonaco.
10. Tubolare metallico longitudinale.

Il consolidamento delle volte

Per il consolidamento delle volte è stata quindi abbandonata l’iniziale ipotesi della calotta nervata in calcestruzzo armato optando, con la consulenza dell’ing. Paolo Casadei (Tec Inn di Perugia), per la messa in opera di rinforzi strutturali leggeri, costituiti da nastri d’incatenamento in fibre d’acciaio galvanizzato (tessuto unidirezionale Fidsteel 3×2-B Hardwire ad altissima resistenza) previa rasatura delle superfici d’estradosso e successiva stesura di resina adesivo-impregnante. Tale intervento, realizzato sia in senso longitudinale che trasversale, è stato accompagnato dall’esecuzione di perfori per l’inserimento di barre d’ancoraggio in fibre d’acciaio costituite da una parte rigida e da una parte filamentosa a fiocco. Questa scelta, portando lo spessore del pacchetto di consolidamento a soli 10 millimetri, ha garantito l’integrale fruizione visiva della fascia parietale decorata che in alcune zone si spinge fino all’estradosso delle volte cinquecentesche.

Fasi del consolidamento strutturale della volte con fibre in acciaio galvanizzato.
A. Livellazione con strato di malta a ritiro controllato.
B. Connettore a fiocco in fibra d’acciaio galvanizzato.
C. I nastri in fibra d’acciaio galvanizzato a posa ultimata.
D. Prova di pull-off.

Illuminazione led e passerelle in corten e asola in vetro strutturale

Il nuovo progetto ha inoltre previsto che la valorizzazione, a fini museali, di tutti i frammenti decorativi avvenisse tramite la messa in opera di un’illuminazione a nastro di led posizionato, a scomparsa, nella sommità del muretto di bordo della trincea. Per la comunicazione della Sala degli Affreschi con la Sala del Trono e con la Loggia Monterenzi sono state messe in opera passerelle in ferro cor-ten in appoggio sulle estremità dello scannafosso, permettendo di nascondere alla vista tutti i raccordi fra le canalizzazioni impiantistiche della Sala Superior (impianto elettrico, serpentine radianti) e le reti degli adiacenti ambienti espositivi. L’antico pavimento in cotto, riposizionato seguendo esattamente il disegno e la texture cinquecentesca, ha assunto così la configurazione di una sorta di isola staccata dalle pareti perimetrali.

Fasi dell’esecuzione dello scannafosso per la fruizione visiva dei reperti.

Per permettere la percezione visiva della cordonatura in pietra serena e delle basi delle colonnine binate, il progettista ha voluto rivedere anche gli «attacchi» con l’adiacente Loggia Monterenzi progettando un’asola in vetro che buca il «solaio Varese» in latero-cemento realizzato dopo i bombardamenti del 1944. La permanenza dello spessore di questo tipo di orizzontamento avrebbe infatti impedito l’integrale leggibilità del tratto di polifora riemerso durante i lavori. Attraverso un sistema combinato di putrelle e bilancini metallici è stata realizzata una struttura capace di accogliere l’asola in vetro strutturale 8-10-8 che oggi, dal sottostante portico, permette di vedere in scorcio le colonnine binate e gli archetti medievali rimasti intrappolati per più di quattro secoli dentro la muratura. Il tratto di pavimentazione della Loggia Monterenzi posto in corrispondenza dell’asola vitrea è stato rifinito con lastre in ferro cor-ten a sottolineare, come in altre porzioni del Museo, la modernità del nuovo inserto. L’arch. Gualdrini ripete spesso l’adagio di Joseph Roth: «da qualche parte deve pur esistere, credo, una regione protetta nella quale il nuovo, deponendo le armi e issando la bandiera bianca della pace, possa penetrare senza far troppi danni».

L’asola in vetro strutturale. Una delle fasi esecutive e l’opera ultimata.

Fra ripristino e restauro

In relazione ai resti di polifora, la proposta di restauro è stata elaborata contestualmente all’integrale rimozione del tamponamento murario che, nel XVI secolo, era andato a inglobare le parti superstiti della loggetta medievale. In seguito a quest’accurato intervento di demolizione, è stato possibile mettere in evidenza le colonnine ancora integre e le due basi, la prima in oficalce verde, la seconda in marmo rosa di Verona, gravemente lacerata e ridotta a un modesto frammento. Un solo capitello fra i quattro posti alla sommità delle colonnine binate risultava sbrecciato da un antico colpo di mazza. Nonostante la mancanza di alcuni pezzi dell’originaria polifora, gli importanti frammenti rinvenuti hanno permesso di delineare, con estrema precisione, il suo disegno originario, la sua caratterizzazione materica e il suo tessuto decorativo.

Progetto di recupero del tratto di polifora sopravvissuto alla ristrutturazione cinquecentesca.
C1. Vista dalla Sala degli affreschi
1. Cordonatura in pietra serena.
2. Quota pavimentale del Museo Diocesano.
C2. Vista dalla Loggia Monterenzi.
3. Putrella di bordo Hea 180.
4. Profilo di contenimento in acciaio cor-ten.
5. Vetro strutturale 8/10/8.
Una fase del restauro del superstite tratto di polifora e l’opera ultimata.

Assieme a un intervento di rimozione di tutte le incrostazioni depositate sulle parti lapidee, si è optato allora per un rifacimento a l’identique delle parti mancanti o irrimediabilmente compromesse. È noto che questa tipologia di ripristino fu guardata con qualche sospetto, fin dagli ultimi decenni del XIX secolo, dall’architetto Camillo Boito, lontano ispiratore delle moderne Carte del restauro, giustamente contrarie a ogni tipo di «restauro stilistico». L’adagio boitiano «far io devo che ognun discerna esser l’aggiunta un’opera moderna» non è tuttavia sembrato applicabile in questo caso particolare, caratterizzato da un’ottima integrità dei reperti rinvenuti: testi inconfutabili che non ammettono immaginarie reinterpretazioni. In accordo con la Soprintendenza per i beni architettonici e del paesaggio di Ravenna non è stata infatti contemplata nessuna pratica analogica di un restauro che, condotto per vaga similitudine, può sfociare in arbitrarie invenzioni. Questa prassi, ora unanimemente rifiutata, fra Ottocento e Novecento affascinò anche molti restauratori romagnoli seguaci delle teorie di Alfredo D’Andrade e Alfonso Rubbiani. Un ripristino a l’identique, condotto con rigore filologico, non prevede tuttavia né invenzioni, né aggiunte, bensì la semplice fedeltà a un testo che ha in sé tutte le informazioni atte a permettere una ricucitura delle parole perdute di quel testo.

Vista d’assieme della Sala degli Affreschi.

Anche la Carta del Restauro, al suo art. 7, ammette reintegrazioni di parti storicamente accertate. Se nel Palazzo Episcopale di Faenza non fossero riaffiorate né basi né colonnine totalmente integre, ogni intervento di ricomposizione e completamento sarebbe risultato filologicamente scorretto. Per rendere leggibili le integrazioni in marmo rosa di Verona l’arch. Gualdrini ha scelto pietre di cava leggermente più chiare rispetto ai cromatismi originali. Le piccole lacune presenti nel capitello sbrecciato e nella base in oficalce verde sono state risarcite, in leggero sottotono, con formulati minerali inorganici legati con monosilicati idrati. Un’incisione nel lato sinistro del piccolo plinto di base di una delle colonnine reca l’anno dell’odierno intervento di restauro architettonico (MMXI).

L’affresco trecentesco «Le quattro sante» durante il restauro e a opera ultimata.
Particolare dell’affresco trecentesco “Le quattro Sante”: due fasi del restauro e l’opera ultimata.

Gli affreschi trecenteschi

Tutti gli apparati decorativi, dalla fascia dipinta con motivi geometrici agli ampi lacerti del ciclo giottesco, sono stati accuratamente restaurati da Maria Letizia Antoniacci di Cesena e Simona Versiglia di Rimini.
L’intervento delle restauratrici ha seguito le seguenti fasi esecutive:

  • Rimozione a secco dei depositi superficiali incoerenti tramite pennellesse e piccoli aspiratori
  • Rimozione dei depositi superficiali parzialmente coerenti a mezzo di spugne sintetiche o pani di gomma
  • Ristabilimento della coesione della pellicola pittorica con resine acriliche in emulsione a bassa concentrazione, applicata a pennello con carta giapponese e successiva pressione a spatola
  • Ristabilimento dell’adesione tra l’intonaco e l’intonachino con iniezioni di malta idraulica premiscelata a basso peso specifico o con resina acrilica in emulsione.
  • Rimozione di depositi superficiali coerenti, incrostazioni, concrezioni e fissativi mediante applicazione di compresse imbevute di soluzione satura di sali inorganici, carbonato o bicarbonato di ammonio
  • Stuccatura di fessurazioni, fratturazioni e cadute degli strati d’intonaco con malta a base di grassello di calce e sabbie idonee per colorazione e granulometria.
  • Velature e piccole reintegrazioni pittoriche con campiture tratteggiate ad acquerello al fine di restituire l’unità di lettura cromatica dell’opera.
Particolari dell’affresco trecentesco «L’incontro dei tre vivi e dei tre morti» e «Il trionfo della morte».

Dopo meditati scambi di pareri con Anna Colombi Ferretti, funzionaria della Soprintendenza per il Patrimonio Storico Artistico di Bologna, i lacerti di affreschi sono stati liberati dagli intonaci di contorno realizzati in tempi successivi alle pesanti ristrutturazioni cinquecentesche. L’originaria tessitura muraria ha così permesso di rendere leggibile l’antico legame fra le varie parti delle decorazioni. Una certa incompiutezza, una sorta di sapore archeologico che evoca quel «romanticismo della patina» definito da Camillo Boito «splendido sudiciume del tempo» – accompagna oggi la percezione di tutti gli elementi architettonici e decorativi rinvenuti durante il cantiere, facendo della Sala Superior del Museo Diocesano di Faenza un prezioso sito capace di esprimere efficacemente la transizione romagnola dal romanico al gotico, come testimoniato nel corposo volume «Museo, arte sacra, città», curato dall’arch. Gualdrini, che ha fatto seguito all’apertura del Museo Diocesano.

Chi ha fatto Cosa

Ing. Enea Berradi | Progettazione strutturale.

Progetto, direzione lavori e direzione artistica: arch. Giorgio Gualdrini
Progettazione strutturale: ing. Enea Berardi
Restauro affreschi: Letizia Antoniacci, Simona Versiglia
Restauro materiali lapidei: Letizia Antoniacci, Giorgio Fiore
Impresa esecutrice: Cmcf, Faenza
Impianti tecnologici: Termoidraulica Mariani e Sangiorgi, Faenza
Impianti elettrici: Amorino Impianti, Faenza
Impianti antintrusione: Electro Security, Faenza
Opere in ferro: Officina meccanica Magnani, Faenza
Opere in vetro: Vetreria Dofla, Faenza

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