Professionisti e imprese | Trasformazione organizzativa

Quando finirà il “caos” legislativo e organizzativo in edilizia?

I cambiamenti necessari al settore edilizio potranno avvenire quando saremo pronti professionalmente e tecnologicamente, attraverso le persone e con gli strumenti giusti, a cogliere, senza ricominciare sempre tutto daccapo, ogni cambiamento delle leggi, dei mercati e dell’evoluzione tecnologica. Dunque, dovremo imparare a disimparare in un ciclo d’innovazione continua. Solo allora saremo pronti a interpretare i segni della nuova era tecnologica e professionale in maniera adattiva.

La legislazione sugli appalti pubblici negli ultimi quattro anni è stata in continuo mutamento. Dalla legge 50 del 2016 a oggi si sono succeduti diversi passaggi che hanno cambiato, spesso stravolgendolo, il quadro normativo, fino ad arrivare allo sblocca cantieri e alla decisione di riproporre “il modello regolamento unico” negli appalti pubblici.

Per giunta, tutto il settore delle costruzioni è in piena trasformazione, verso l’uso dei modelli digitali e si fa sempre più preponderante la centralità del dato nel progetto.

A guidare questa trasformazione, oltre ai paletti del dm 560/2017 sull’applicazione del Building Information Modeling ci sono sia le norme Iso sia quelle Uni che rappresentano una vera e propria bussola sul tema.

In un momento di cambio di paradigma come quello che il comparto delle costruzioni e degli appalti pubblici in Italia sta attraversando con la legislazione in fase di “sviluppo perenne” si ripropone quella componente caotica che è tipica di questi passaggi storici. La domanda che arriva da più parti è: quando finirà questo periodo di trasformazione/transizione e caos?

Faremo delle riflessioni attorno a questa domanda non prima di aver analizzato diversi aspetti che riguardano l’approccio di imprese e professionisti alla trasformazione dell’intero comparto. 

Partiamo dalle competenze

Dopo aver capito da più parti, che i software, nei vari passaggi di un progetto (dalla programmazione dell’opera, alla progettazione, al cantiere, fino ad arrivare all’esercizio/manutenzione) hanno la loro importanza ma non rappresentano l’acquisizione di un diverso approccio culturale, che è alla base di ogni trasformazione, ci si sta concentrando sulle competenze.

Allo stato attuale delle cose le competenze sono la vera chiave di volta per una corretta evoluzione verso il cambiamento. La scuola s’interroga ancora sul polveroso e anacronistico problema della dicotomia sistemica se siano meglio gli studi tecnici o quelli umanistici ostacolando una trasversalità che è alla base dei nuovi modelli organizzativi, e quindi anche negli istituti tecnici/università tecniche bisognerà studiare ad esempio comunicazione.

Infatti, oggi non basta più sapere e saper fare ma è diventato fondamentale anche saper comunicare. L’eterogeneità professionale dei gruppi di lavoro già oggi richiede sempre più capacità di comunicazione all’interno dei gruppi di lavoro.

Temi come valori, trasparenza, leadership, affidabilità, tanto per citarne alcuni, sono diventati centrali nei processi di trasformazione delle organizzazioni e soprattutto risultano basilari per i nuovi manager. Non solo, purtroppo ancora oggi non tutte le università hanno nei loro programmi corsi destinati al Building Information Modeling, relegando l’acquisizione di tali competenze a master o a corsi di aggiornamento professionale.

E poi nelle imprese e negli studi professionali c’è il mondo dell’Ict. Nelle Pmi edili purtroppo ancora non si coglie l’importanza che i lavoratori oltre ad avere competenze hardware/software e a saper cablare reti, debbano avere delle competenze sulla raccolta e gestione dei dati che sono alla base di una serie di processi che aiutano a migliorare la programmazione e controllare le performance dei progetti.

Certo servono anche altre figure come lo specialista del cloud computing oppure il data scientist che negli anni prenderanno sempre più spazio nelle organizzazioni in quanto portatori di competenze trasversali come le nuove tecnologie, la conoscenza dei mercati e l’utilizzo del machine learning e i linguaggi di programmazione.

Come devono essere i nuovi team di lavoro

Senza addentrarci negli algoritmi e nel digitale, in continua evoluzione, ci concentriamo su ciò che ci si aspetta oggi dai nuovi team di lavoro affinché possano attuare una corretta trasformazione organizzativa. Una precisazione va fatta a favore dei termini complicato e complesso. Tutto ciò che è complicato è scomponibile ed è riconducibile a modelli lineari e a processi che possono essere replicabili e in qualche modo anche prevedibili.

La complessità ha diverse variabili (anche eterogenee e che comprendono sempre anche l’esperienza d’uso di persone, gruppi di diverse etnie, culture e usi) che non permettono di fare previsioni attendibili nemmeno a breve e medio periodo.

Si pensi ad esempio ai flussi turistici che mutano secondo le mode, accordi internazionali oppure al variare del cambio. Rimanendo in Italia possiamo apprezzare come l’esperienza d’uso delle nuove generazioni tenda sempre più a non acquistare immobili (la casa è stata bene rifugio per molti anni) ma ad affittarli a secondo di dove si sposta il lavoro.

Tutto ciò contiene, a vari gradi, dei concetti di complessità poco traguardabili sia a livello imprenditoriale sia sociale. Oggi perfino la scalabilità di un prodotto può essere messa in dubbio in quanto la tendenza è verso la personalizzazione del prodotto o del servizio.

Guardando al mondo delle costruzioni e tornando sull’attuale percorso legislativo possiamo notare come l’impianto vari spessissimo, non dando stabilità e sicurezza agli operatori del settore. E allora come faranno le nostre organizzazioni e i nostri gruppi di lavoro ad affrontare tutto ciò? 

Le nostre considerazioni

Non abbiamo risposte, ma alcune considerazioni possiamo farle. Innanzitutto, andrebbe introdotto il tema della digitalizzazione e della comunicazione in tutte le università, siano esse umanistiche sia tecniche. Bisognerebbe iniziare dalle scuole superiori e in particolar modo dagli istituti tecnico-professionali.

Per le attuali organizzazioni bisogna porre alla base e prima di ogni ragionamento la questione dei valori. È attorno a questi che i futuri team si dovranno “stringere e ritrovare” per una collaborazione proattiva e collettiva. Certo la questione delle competenze, come già detto, è centrale ma oltre al sapere ed al saper fare bisogna imparare a saper comunicare.

Il confronto proattivo, se basato sui valori diventerà la piattaforma sulla quale poter creare un “ambiente” sano e resiliente. Sì, perché proprio la resilienza unita alla trasversalità delle competenze è alla base delle capacità di un team di affrontare le complessità che oggi e domani saranno in ogni comparto produttivo.

Quanto appena esposto dovrebbe essere supportato da opportuna strumentazione. Le aziende si dovrebbero dotare di database nei quali inserire tutti i dati, dalla gara alla chiusura di un progetto. Questi dovrebbero essere incrementabili e gestiti da interfacce o da algoritmi che facciamo diventare i big data dei better data.

La stessa cosa vale per gli studi progettazione che dovranno progettare, non solo la parte “hard” (architettonico, strutturale e impiantistico) di un’opera, anche la parte di esperienza d’uso attraverso IoT e pensando che le future componenti potranno cambiare ogni 3-5 anni.

Il costruito nel suo intero ciclo di vita, sarà visto come un cespite da ammortizzare nel tempo e con una vita utile definita, a partire dalle sue componenti tecnologiche. Dovremo introdurre, oltre che mantenere, l’attenzione alla sostenibilità ambientale, anche i criteri digitali minimi (Cdm) dei quali ci sarebbe un gran bisogno ad esempio per monitorare lo stato d’usura delle strutture.

Quando finirà lo stato di transizione?

In conclusione, tentiamo di dare una risposta alla domanda iniziale e cioè: quando finirà questo periodo di trasformazione/transizione e caos? Possiamo dire che una delle possibili risposte è: quando saremo pronti professionalmente e tecnologicamente, attraverso le persone e con gli strumenti giusti a cogliere, senza ricominciare sempre tutto da capo, ogni minimo cambiamento delle leggi, dei mercati e dell’evoluzione tecnologica.

Dobbiamo prendere consapevolezza che tutto ciò che conosciamo oggi tra 3-5 anni sarà mutato e a 7/10 sarà diventato vetusto, compreso il nostro incarico di lavoro che si trasformerà attraverso la formazione continua e la sostenibilità del costruito pensando in maniera digitale.

Dunque, dovremo imparare a disimparare in un ciclo di cambiamento e innovazione continua. Solo allora saremo pronti a interpretare i cambiamenti della nuova era tecnologica e professionale in maniera adattiva.

di Antonio Ortenzi