Editoriale | Livia Randaccio, direttore editoriale

Ripensare la rigenerazione urbana

La rigenerazione urbana, la riqualificazione delle città, il riassetto delle periferie, la riconversione di intere aree, sono al centro di numerosi programmi statali e locali. Il dibattito su questi scenari pensiamo sia meritevole di ulteriori e continui approfondimenti. Sfatando anche preconcetti e miti superati.
Livia Randaccio | Direttore editoriale Imprese Edili e impresedilinews.it
Livia Randaccio | Direttore editoriale Imprese Edili e impresedilinews.it

È sempre più vivace e assiduo tra le categorie professionali e associative il dibattito sui temi della rigenerazione urbana, riqualificazione edilizia, riconversione di aree, di bonifiche, tematiche centrali per il futuro dei centri abitati italiani e, soprattutto, per sviluppare realtà urbane dense di qualità architettonica.

Benché il dibattito sia ad un ottimo livello di sviluppo e sia sempre più riconosciuta la necessità di dar vita ad un’iniziativa strategica concreta di recupero e di riqualificazione di siti e insediamenti, i risultati operativi sono veramente scarsi. Lo scenario futuro inoltre necessita di ulteriori approfondimenti di elementi che non possono essere tralasciati. Proviamo a considerarne alcuni.

1. È assodato che la rigenerazione urbana e la riqualificazione delle città a livello locale come a livello nazionale faccia parte di specifici programmi d’intervento (per il locale) e di normative apposite tese alla rigenerazione dei siti e a fungere da sviluppo per il comparto edilizio-immobiliare e, di conseguenza, di crescita per tutto il sistema economico del Paese. C’è da chiedersi a questo punto se pubblico e privato possiedono risorse per metter mano agli interventi necessari. Credo proprio che la fase delle grandi realizzazioni e dei progetti urbani con intervento statale e con il sostegno degli enti locali non abbia più le possibilità di un tempo, visto anche il perversare della crisi della finanza pubblica. Oltretutto il cosiddetto «progetto urbano» ho l’impressione sia da tempo scomparso dall’agenda dei governi che si sono succeduti e dagli interventi programmatici delle rappresentanze politiche. Così pure il mercato immobiliare, da privato, non si espone più nell’ipotizzare e promettere trasformazioni che, anni fa, hanno portato a notevoli e importanti risultati (anche se alcuni in parte discutibili).

2. Per anni il tema della rigenerazione urbana è ruotato attorno ai concetti in contrapposizione «riqualificazione urbana-espansione urbana». Concetti che oggi appaiono obsoleti, superati dagli anni. È realmente così?

3. La rigenerazione urbana non può più essere considerata un evento a sé stante, semmai un evento strategico fatto di un inizio progettuale e di un finale realizzativo. Proprio per questo, considerando una strategia a lungo periodo, occorre iniziare col passo giusto: la definizione degli obiettivi, il bisogno di studiare nuovi strumenti operativi, comprendere e possibilmente anticipare quali e di quanta portata saranno gli impatti che ne deriveranno.

4. Per raggiungere il risultato prefissato è ormai necessario far leva su tutti i protagonisti della filiera dell’edilizia. Solo così vi sarà la condivisione degli scelte. Un esempio di questa azione propositiva si sta sviluppando proprio in questi giorni con la messa a punto del programma del convegno nazionale dell’Associazione Aree Urbane Dismesse (Audis) che, il 16 maggio prossimo a Modena, avrà come tema centrale «Rigenerare l’Italia. Ruoli, obiettivi, strumenti per ripartire dalle città». L’idea degli organizzatori è quella di presentare un documento contenente linee d’azione per la rigenerazione urbana, atto che riprende il «Manifesto dell’Audis» illustrato giusto 15 mesi fa. All’iniziativa parteciperanno anche l’Ance, l’Inu, Assoimmobiliare, insieme protagonisti sinergici. Altra nota lieta meritevole di menzione è quella organizzata di recente dall’Inarch Lazio: a Roma presso l’Acer è stato presentato lo studio racchiuso nel volume «Paesaggi periferici» (curato da Roberto Giulio), evento nel quale sono stati presentati due interventi di rigenerazione urbana realizzati nella capitale. Si tratta dell’ormai pluricitata trasformazione del complesso residenziale di via Giustiniano Imperatore, illustrata dall’arch. Gabriella Raggi e dell’edificazione del nuovo mercato di Testaccio, illustrata dal progettista Marco Rietti.

5. Una delle domande chiave quando si parla di rigenerazione urbana è cosa si potrebbe insediare sulle aree da riqualificare. Anche per questo quesito una risposta ci viene proprio dall’Audis, che propone un panel di soluzioni tra insediamenti di edilizia sociale, costruzione di ecoquartieri, realizzazione di parchi produttivi correlati alle tecnologie ecosostenibili e riconversione del patrimonio residenziale esistente. Ipotesi ampiamente condivise dagli altri protagonisti della filiera delle costruzioni.

6. Nel dibattito che si sviluppa un ruolo centrale lo sta assumendo la periferia, in particolare quelle aree periferiche delle città cresciute grazie ad un’espansione che in cicli diversi, più o meno intensi, dall’ultimo Dopoguerra si sono protratti fino agli anni ’80. Anni in cui a spiccare in queste aree sono stati gli interventi tendenti a formare i quartieri di iniziativa pubblica, realizzati per rispondere ai fabbisogni abitativi di ceti sociali più disagiati, quartieri che, comunque, hanno composto e fatto crescere negli spazi delle periferie una sorta di «città pubblica», una città emersa dalla necessità di dare una risposta alla questione abitativa. Negli anni del secolo scorso poi questa necessità si è consolidata nel convincimento che fosse compito degli enti locali e delle istituzioni pubbliche occuparsi del miglioramento delle condizioni di abitabilità degli utenti.

È quindi nel ‘900 che si è formata, sviluppata e poi esaurita questa forma di sviluppo urbano programmata prima e realizzata poi da comuni, Iacp, enti statali, da privati (la cosiddetta «Cassa professionale»), da ministeri, forma di sviluppo urbano sorta su terreni in genere esterni alla città o in aree da dismettere. Case economiche e quartieri popolari divenuti materiali delle periferie urbane, proponendosi anche come tematiche per la sperimentazione progettuale di urbanisti e architetti. Ecco che periferie, città pubbliche e aree dismesse sono divenute gli ambiti naturali nei quali si è data forma alla città, realtà composte da quartieri, simboli dell’integrazione tra residenza e attrezzature primarie (parchi, scuole, negozi, giardini…). Purtroppo città pubblica e periferia sono soggette a giudizi critici che hanno portato i quartieri ad essere spesso simbolo di una scadenze qualità progettuale ed edificatoria.
Per questo è necessario che proprio in momenti di crisi economica come questi gli spazi urbani periferici e quelli da rigenerare diventino un laboratorio per progettualità innovative dove i percorsi della ricerca di qualità dei materiali e di sviluppo architettonico superino qualsiasi barriera disciplinare per sperimentare progetti e strategie forti e capaci di avviare una maggiore e più ampia rigenerazione urbana, formulando e consolidando nuovi equilibri urbani.

Ben vengano dunque questi momenti formativi e divulgativi programmati dalle associazioni, dagli operatori immobiliari, dai privati. Sul periodico «Il Nuovo Cantiere» i lettori potranno leggere ulteriori informazioni e conoscere eventi correlati a queste tematiche scorrendo gli scritti di Massimo Ghiloni (consulente urbanistico) nella rubrica «Mercato privato» e di Gastone Ave (urbanista e docente all’Università di Ferrara) nella rubrica «Città e mercato» e visitando oltre a questo sito >> anche i siti www.edilizianews.it >> e www.ilnuovocantiere.it >>.

di Livia Randaccio

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